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La Bottega delle piccole cose rivoluzionarie.


“Comprare-Buttare-Comprare” è il titolo di un documentario spagnolo che si può facilmente trovare su yuo-tube e che descrive bene il risultato ottenuto con anni di consumismo e di applicazione dell’obsolescenza programmata al settore di produzione dei prodotti di consumo.

Per chi non sapesse cos’è l’OBSOLESCENZA PROGRAMMATA diamo di seguito un rapido esempio: avete presente quell’oggetto che avevate comprato e che di punto in bianco dopo un certo periodo di uso vi lascia a piedi rompendosi senza darvi nè preavvisi o un motivo, semplicemente smettendo di funzionare? Se vi è capitato, ad esempio con una stampante, un cellulare o altro anche se non tecnologico, beh sappiate che ciò è dovuto ad un sistema di produzione che prevede l’obsolescenza programmata come fondamento ingegneristico nella realizzazione di quel prodotto.
Il primo brevetto che subì l’applicazione di questo concetto produttivo furono le lampadine.
Venne deciso, attorno agli anni trenta, tramite accordi tra le ditte produttrici che la vita media delle lampadine dovesse essere di 1000 ore nonostante queste gia al tempo superassero le 2500. Il risultato di questo termine programmato fu che il consumatore medio si ritrovò a cambiare più soventemente le lampadine, generando un sistema,allora ritenuto virtuoso, che avrebbe garantito alle aziende di mantenere la produzione.
Alcuni arrivarono a teorizzare anche l’utilizzo di una obsolescenza programmata obbligatoria per tutti i prodotti: per nostra fortuna questa non venne accettata.
Al termine programmato, studiato per far in modo che il consumatore continuasse a comprare prodotti sempre nuovi, si aggiunse poi negli anni sessanta l’invenzione del design e quindi la nascita della cultura dell’immagine che portò ai concetti di moda, costume e al marketing.

La scellerata idea di produrre oggetti con vita a termine fece vittime illustri tra i brevetti tra questi il nylon, tessuto nato per essere indistruttibile e ri-progettato per avere fragilità congenite. Di questo sistema produttivo la vittima più importante è però proprio il nostro pianeta che in decenni di obsolescenza programmata non è mai stato inserito, dagli industriali ed economisti, tra i beni di consumo a termine. L’obsolescenza programmata non ha solamente generato commerci, interessi, domanda e offerta di prodotti, bensi le conseguenze planetarie sono state devastanti sia per le risorse consumate che per la quantità di rifiuti prodotti. Il nostro benessere (di tutti e sopratutto di alcuni) ci stà costando caro e il conto presentato in prima istanza ai paesi più poveri ora bussa alle nostre porte.
Un’inversione auspicabile e non così certa dovrebbe iniziare da ognuno di noi.
Pensare che,l’industria, il mercato, il mondo economico e politico, cambino rotta per crisi di coscienza e un ritrovato senso etico vuol dire peccare di ingenuità e ipocrisia. Il mercato siamo noi, la società del consumo è la nostra chi produce, vende, acquista fa parte dello stesso sistema che non può cambiare da un giorno all’altro: a meno che non si decida di fare sforzi comuni, a partire sopratutto dalle piccole cose.
Demandare a pochi uomini politici la decisione sul cosa fare per salvare questo mondo, usando riunioni e incontri inutili come quello del WTO a Durban e pura follia. L’umanità è ancora troppo divisa da odi, nazionalismi, religioni, culture e ricchezze per auspicarsi il prevalere di solidarietà e condivisione sulle varie divisioni e differenze.

Rendersi conto di quanto è relativo il nostro personale punto di vista è il primo passo per capire che abbiamo bisogno di una visione sul futuro di questo pianeta più condivisa.
Non saremo politici, economisti, intellettuali o menti geniali ma penso che tutti ci arrivino che è nell’interesse di tutti fare la cosa giusta senza aspettare che qualcuno ci obblighi a farlo per legge. Amare la propria terra per chi è cultore di mentalità nazionaliste dovrebbe portare a rispettarla e a proteggerla qualsiasi colore questa abbia. Ne abbiamo uno di pianeta e fino a prova contraria se inquini a casa di qualcun’altro i rifiuti prima o poi ti ritornano in casa dalla finestra. Produrre meno rifiuti fisicamente ma anche mentalmente (anche le idee possono essere tossiche), dovrebbe essere il primo obbiettivo di ognuno di noi dal mattino a sera.
Piccole cose ma rivoluzionarie come: l’attenzione all’uso dell’acqua quando sciacquiamo i denti
(es. usare un bicchiere d’acqua), oppure camminare per andare nei luoghi vicino casa, l’uso di materiali ed oggetti a ridotto impatto ambientale……..e molto si può fare.
Ognuno di noi ha la propria ricetta e sarebbe bello che ce la segnalassimo vicendevolmente.

Il documentario che ho segnalato all’inizio del post ho avuto modo di vederlo in una serata organizzata da Ass. Spazio Zero ad Oderzo, una bella proiezione alla quale è seguita una breve discussione. La domanda alla quale si è cercato di dare risposte, cadendo a volte negli immancabili luoghi comuni, è la solita: ALLA LUCE DEI FATTI COSA POSSIAMO FARE?

Non voglio sembrare quello che ha la risposta al problema ma penso che possa essere utile partire da piccole osservazioni. Molti quella sera fumavano, hanno bevuto birre, tra questi anch’io, e questo senza pensare a quello che sta dietro alla non banalissima cosa che permette a noi di essere ad esempio consumatori finali di queste cose: la presenza di un mercato e di interessi economici. Dietro una sigaretta e al consumo di alcool ci sono grossi investimenti di capitali e industrie di uomini che producono rifiuti, file di mezzi di trasporto che consegnano alla grande distribuzione che usando mega botteghe piene di illuminazione e iperofferta di prodotti, ci danno la possibilità di scegliere tra birre di diverse nazionalità e tabacco in tutte le forme.

Questo ci rende ipocriti alla vista di chi il nostro sistema consumistico lo subisce vedendo il proprio paese trasformarsi in discarica. Il sistema produttivo e di mercato crea vittime consapevoli e inconsapevoli e noi primi tra questi siamo dentro ad questa matrice che ci vede artefici e succubi. Non se ne esce è un cane che si morde la coda: lavoriamo per produrre e per aver la possibilità di consumare e così all’infinito……..

Il sistema consumistico ha fallito e la nostra civiltà con esso? Credo che non abbiamo raggiunto ancora il punto di non ritorno ma non sarà semplice fare dei passi indietro!!!!
Come consumatore sviluppare un senso Critico per l’acquisto potrebbe essere un primo passo.
Dire basta a dispense e frigoriferi pieni di cose inutili. Ignorare i messaggi di un marketing che ci vuole sempre alla rincorsa di modelli sempre più nuovi e alla moda.
Riempire La piccola Bottega di Casa Nostra di abitudini virtuose e rivoluzionarie….
Obbligare chi produce ,usando il potere del non acquisto e della pubblicità negativa per passa parola, a mettere in atto sistemi produttivi più solidali e sostenibili.

Invece di farci trattare come gregge è il caso che le voci fuori dal coro diventino pretese per tutti.

M.O.I.R.A.

http://www.youtube.com/watch?v=v3LMnJtrSvw

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