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Due parole in sfavore della democrazia diretta

Leggendo l’articolo di Anarcopedia sulla democrazia diretta, mi sono sovvenute alcune critiche (soprattutto in relazione all’ultimo paragrafo) abbastanza legittime e che l’anarchico dovrebbe tenere bene a mente.

Per partecipare alla politica serve molto tempo libero. Tantissimo. La politica è per gente che può passare il tempo a leggere i giornali e a discutere con i propri pari. Chi lavora 8 ore al giorno non ha tempo per la politica — salvo si tratti di un appassionato. Il fatto è che (leggete la nota in basso dell’articolo) la celebre “ipotesi Kurgan” è remota e la realtà accertata rimane la seguente: i cittadini Greci progredirono moltissimo nella politica proprio perché potevano permetterselo. Non tutti erano cittadini: le donne non lo erano, gli schiavi (cioè più del 60% della popolazione) non erano cittadini, i meteci (benché fondamentali all’economia cittadina) non erano cittadini. Insomma: la democrazia fu possibile per una classe dirigente di benestanti che vivevano sulle spalle degli altri e fondavano il loro potere su ataviche tradizioni discriminatorie… altro che “casta“. Questa stessa descrizione della grecità fu opposta anche alla filosofia filo-democratica di Hannah Arendt.
Il problema del tempo libero si ripropone proprio nel momento in cui la classe operaia riconobbe se stessa come soggetto politico: i proletari, proprio in virtù delle loro condizioni lavorative, necessitarono di rappresentanti che si occupassero di loro. Ancor prima del fenomeno sindacale nacque quello filantropico (tra cui si annoverano i fondatori del socialismo ideale) e successivamente quello accademico (socialismo scientifico e marxismo). Alcuni soggetti dovettero farsi carico delle richieste di un gruppo e ciò è proprio alla base della democrazia rappresentativa. Jürgen Habermas, infatti, pone l’accento più sull’importanza di fluidità nel meccanismo rappresentativo che sulla possibilità di una sincera partecipazione diretta. Ad esempio, nell’impossibilità di partecipare direttamente ad ogni decisione politica, è vitale che il cittadino sia facilitato nello sfiduciare il proprio rappresentante — percependo così il valore delle proprie scelte, anche se indirettamente.
La partecipazione all’attività politica ha il duplice carattere del dovere e del diritto. Poiché si attribuisce valore all’opinione di ogni cittadino, è vitale che chi si definisce tale — cioè chi vuole definirsi come membro della società — dia il proprio contributo. D’altra parte, però, è ingiusto obbligare chiunque a un attivismo forzato. Questo, perché anche in una società ove chiunque abbia maggiore disposizione di tempo libero (immaginiamo una società in cui siano le macchine a svolgere i mestieri più gravosi) non è possibile costringere qualcuno a esercitare un diritto di cui non vuole avvalersi. Da un lato, dunque, è opportuno incentivare e sostenere coloro che vogliono dedicare il loro tempo alla politica (parliamo di incentivi non monetari, ma di benefit emotivi: è da lodare chi vuol prendersi cura della società); d’altra parte è conveniente consentire a molti di delegare l’esercizio della politica a dei rappresentanti… e non è forse la delega una testimonianza di libertà?
Alla luce di questa duplice natura (attivismo dei singoli e rappresentanza), lo Stato stesso acquisisce una sua importanza — importanza che l’anarchismo radicale tende a voler demolire. Lo Stato non è altro che la conseguenza di una specializzazione e di una settorializzazione delle attività lavorative: poiché non tutti possono occuparsi di tutto, ognuno si concentra su ciò che gli riesce meglio e, se il sistema formativo funziona, la specializzazione coinciderà con la realizzazione professionale dell’individuo.

La rappresentanza non è dunque da intendersi come limitazione della libertà altrui, ma come un diritto tra i tanti che trae energia proprio dall’esigenza di realizzazione degli individui che fanno parte di una società complessa.

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2 risposte a "Due parole in sfavore della democrazia diretta"

  1. Bhe inzomma, non la farei così cattedratica.
    La democrazia dell'antica Grecia era più simile a un'oligarchia; nella ricerca storica la si è definita “demo-crazia” un po' perché il demos per i greci era effettivamente il popolo aristocratico e basta, un po' perché è la prima espressione di governo, che si conosca, in cui le decisioni venivano prese collegialmete dopo un dibattito tra pari.
    Il fatto che chi lavora otto ore al giorno non possa occuparsi di politica io credo che, ad oggi, sia un segno di arretratezza del vivere civile.
    Non intendo dire che tutti siano obbligati a discutere di politica, ma che in una società civile chi lo vuole fare deve essere libero di scegliere e di farlo, chi non se ne vuole occupare dovrebbe comunque essere consapevole del proprio ruolo (per quanto uno scelga un ruolo defilato, come molti anarchici e il mitico Thoureau). “Ruolo” anche nel lavoro, non mi piace pensare che la gente che lavora otto ore e più e si dimentica di cosa sta facendo, per chi, in quale paese… Il lavoro duro non è un paravento alla riflessione politica, niente scuse.
    Non c'è da dimenticare spesso il lavoro pesante e prolungato è imposto, con violenze più o meno esplicite, da persone, retaggi culturali, istituzioni e chi più ne ha più ne metta.
    Non si parla più di scelta.
    C'è da dire che ho il dente avvelenato con le mega industrie che hanno venduto l'illusione di un mondo in cui il lavoro pensante sarebbe stato fatto dalle macchine, e ci troviamo con 1000 morti sul lavoro all'anno e gente che passa 10 ore a montare marmitte a macchine di merda.
    Lavoriamo meno, pensiamo e discutiamo deppiù!

    Silvia

  2. Sono pienamente d'accordo col fatto che una scelta politica cosciente sia da incentivare.

    L'intento dell'articolo è però quello di mostrare come la rappresentanza diretta non sia solamente l'unica possibilità per un cittadino libero — come invece sostengono gli anarchici: se si è liberi, dico nell'articolo, bisogna anche esser liberi di delegare.

    A partire dal tuo commento, fare la seguente distinzione: se è giusto attivarsi in favore di una scelta consapevole e attenta, non è giusto pretendere che un cittadino debba occuparsi in prima persona e in prima linea di ogni singola questione in ballo.

    Scegliere alcune battaglie porta inevitabilmente alla rinuncia a combatterne altre: chi lavora sul fronte dei diritti umani non ha il tempo materiale, secondo me, di occuparsi di semplificazione normativa e, viceversa; chi si occupa a tempo pieno di giustizia penale non può stare dietro all'ambientalismo. Tutte queste figure, io le ritengo politicamente molto attive, ma non possono padroneggiare ogni questione politica esistente: proprio per questo si affidano a rappresentanti, esperti, etc… dunque la rappresentanza ha un suo valore — un po' in barba a quello che sostengono gli anarchici.

    Tutto qui. Credo che sull'idea della Grecia come oligarchia la pensiamo allo stesso modo e perciò applicherei anche alla Grecia il ragionamento che proponi nelle ultime 4 righe. Non c'è da andarne fieri… 😉

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