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Disinformazione e controllo: i rischi della Rete

L’Italia, oggi

Ah, che tenerezza l’Italia… Ribelli idealisti ma, analogamente, cuori facili allo slogan, al manifesto populista e all’ira! Quando un’idea conta più della sua verifica, abbiamo un conflitto tra credenze e cognizione.

L’Australia nacque culturalmente come Terra Nullius

Credevamo che la Rete fosse un luogo di libertà? Addirittura un non-luogo? Forse no. Semplicemente è un luogo altro, con altre ontologie e altre regole… consentendoci così di aderire a sistemi di valori tutti nostri. Forse un tempo fu veramente una terra nullius, ma noi assistiamo alla più grande colonizzazione della storia: non quella dell’Asia, né dell’Africa o delle Americhe… lo spazio, forse? No, perché il limite è puramente tecnologico. Il nuovo imperialismo è quello dei mezzi di comunicazione e, da ultimo, quello di internet.

Un libro che non ho letto

Ad esser colonizzata qui è la cultura e i mezzi per diffonderla. Che i primi mezzi di comunicazione fossero univoci, già si sapeva. La televisione, così come la radio (di cui essa è estensione), non fu mai transazionale: il suo messaggio alimentava la passività dello spettatore garantendone l’assoggettamento in assenza di quell’esperienza pànica e corale tipica del teatro. Su questo, non vi furono mai dubbi: Popper infatti parlava di “cattiva maestra televisione”.

Un libro che ho letto

La Rete no! La Rete aveva in sé il principio di autodeterminazione da parte dei server che gestivano le clipboard. Forse, però, dobbiamo ripensare la sua storia: nacque per condividere sapere, per interagire… ma prestissimo divenne un oculato strumento di intelligence. Del resto tra intelligence e comunità del sapere c’è ben poca differenza, poiché la pratica dell’intelligence strategica, politica e militare allo stesso tempo, consiste proprio in una diversificata amministrazione di risorse (in questo caso informazioni): non solo la loro conoscenza (venirlo a sapere prima di altri, come in Congo di Michael Crichton), ma pure il loro controllo.



Un genio con il nome da attrice

 Quando dico controllo mi riferisco al precursore di queste manipolazioni, ossia la spia nota nella Seconda Guerra Mondiale con il nome di Garbo. Garbo fu un personaggio straordinario: costruì la sua fama di spia solo sulla sua credibilità in quanto distributore di informazioni. In realtà, di quelle informazioni era anche il produttore: egli aveva il totale controllo delle sue fonti, proprio poiché esse non esistevano. Gli bastò trasferirsi nella Spagna franchista o nell’alleato Portogallo… fascisti sì, ma ancora aperti a quel tipo di stampa inglese che consentiva ai lettori più attenti di intuire facili notizie poco prima che gli eventi si compissero. Ad una Germania soggetta all’embargo delle informazioni, un Garbo qualunque che scriveva dalla Penisola Iberica ma fingendo di trovarsi a Londra, apparve inevitabilmente come una sorta di divinità dello spionaggio: l’eminenza grigia di cui si aveva bisogno.

Giornalismo da prima linea

Gli Inglesi, che già avevano dato il meglio decifrando il codice Squalo utilizzato nelle macchine Enigma, seppero non lasciarsi scappare l’idea. Quando Garbo si presentò loro svelando la sua intera rete di contatti e l’enorme credibilità che egli aveva guadagnato nei confronti dei Nazisti, i cugini germani di Asterix pensarono di sfruttare tale sistema a loro vantaggio. Il resto è Storia: grazie alle informazioni false fornite ai Tedeschi, l’operazione Overlord ha successo e il D-Day è realizzato incontrando resistenze di gran lunga minori di quelle attese.

Il fardello dell’uomo bianco

Torniamo dunque a questi Inglesi. Secondo me, i Britannici hanno veramente saputo elucubrare per primi su tutte le potenzialità dell’informazione. Gli Americani erano ancora troppo entusiasti per pensarci. In UK, invece, l’Impero già da tempo aveva dimestichezza con complessi sistemi educativi (volti a tradurre in pratica il fardello dell’uomo bianco). Se poi pensiamo a come dalla tradizione empirica inglese (Ockham, R. ed F. Bacon, Locke e compagnia bella… solo per citarne alcuni) siano sbocciate varie forme di positivismo: uno sociale, di ispirazione naturalista francese e uno logico, di ispirazione Austriaca.

L’Enciclopédie, l’unico libro veramente letto da MacGyver

Il primo “positivismo” (attenzione: non è il modo canonico in cui questo termine è utilizzato) lega con un filo rosso: il secolo dei lumi di Bayle, Diderot, D’Alembert e dell’educazione popolare a tutti i costi; gli economisti classici, che dal francofono Quesnay conducono a Smith e Ricardo; i maestri dell’incarcerazione, sia ospedialiera (esimio esponente fu Pinel), sia giudiziaria (Bentham!); i positivisti sensu proprio e quelli un poco darwiniani (Comte, Spencer e Mill). L’idea generale? Il controllo, l’ingegnerizzazione delle pratiche sociali (si pensi solo alla poor law inglese). Il tutto ammorbidito da una vivace tensione: da un lato, la concezione secondo cui le popolazioni e gli individui rispondono a leggi precise che li determinano (visione universalista); dall’altro, la concezione secondo la quale è possibile cavalcare quest’ondata di determinismo per produrre gli effetti desiderati (a fin di bene o per amore dell’ordine). Da un lato, dunque, abbiamo Smith, Malthus, Spencer, etc.; dall’altro figurano personaggi come Hegel, Feuerbach, Engels e Marx (che fu pensatore più inglese che tedesco–sempre che questa distinzione abbia senso); seguono gli illusi per eccellenza (Prudhon, Owen e, perché no?, pure Bakunin).

Il miglior amico dei filosofi

Il secondo “positivismo” è roba da introdotti. C’è questo giovanotto, un ingegnerino austriaco di buona famiglia (buonissima: la sorella è la modella di Klimt, il fratello un pianista eccelso: perse una mano… ma gli Strauss composero per lui delle sonate a una mano sola!) che a fine Ottocento si recò a studiare in Inghilterra. Stanco dell’aeronautica, si dedicò alla sua vera passione, ossia la logica e la filosofia della scienza o, più generalmente la teoria della conoscenza. Ebbe maestri illustri che seppero coglierne la genialità, anche se in effetti dovettero tollerare il suo carattere faceto e il suo estremo individualismo… Era un tipo, lasciatemelo dire con una sintassi impoverita, che se gli vuoi parlare devi minimo ubriacarlo, andare a casa sua e ramazzargliela o tirargli fuori certe idee con il contagocce. Sì, sì: stiamo parlando di una figura leggendaria la cui biografia è nota, ma nota a tal punto da lasciarci pieni di dubbi e dunque da alimentare il mito… Ludwig Wittgenstein.



Guardatelo, The Oxford Murders: regia spagnola, girato in UK, pieno di gnocca…

 Il signorino non è proprio il protagonista della nostra storia… Come tutti gli austro-ungarici (certo che queste etichette generalizzanti le amo proprio!) egli è propenso al nichilismo (si pensi a Nietzsche, per esempio… ma anche il più recente Cioran non scherza affatto). Perciò se ne esce con un pièce come il Tractatus Logico-Philosophicus… scritto ricopiando gli appunti di soldato (fedele alla patria, s’era arruolato come perfetto nessuno, ottenendo — mi pare — pure i gradi di caporale) mentre si trovava in prigionia a Monte-Cassino, cioè in Italia. Roba da poco: se vi guardate i primi 15 minuti di Oxford Murders capirete che si tratta della più influente opera filosofica del ‘900 (assieme alle sue Ricerche filosofiche, edite postume e ai quaderni che, da bravo professionista, era solito riempire ma non pubblicare — del resto aveva altro da fare, come ad esempio insegnare alle scuole elementari o ritirarsi in Scandinavia a tagliar legna con l’accetta).

Un libro che ho letto, ma non ho capito
(comunque, come dimostra l’introduzione di Russell, nemmeno lui all’inizio l’aveva capito)

Dicevamo che Wittgenstein non è il nostro protagonista… perché allora ci interessa il Tractatus? Ebbene, esso contiene molte idee, tra cui quella che sostiene l’intraducibilità totale della nostra conoscenza in termini logici; o, meglio: il nostro linguaggio, per sua stessa natura (che è un riflesso dei nostri limiti di pensabilità) non può esaurire tutto ciò che è mondo per il fatto stesso che i principi che lo regolano non possono essere inclusi nel linguaggio stesso. Se non sono “linguistificabili” allora non sono nemmeno conoscibili e men che meno trasmissibili. Insomma: attorno a tutto il nostro cianciare c’è un’aura di silenzio che non è affatto una rimozione psicoanalitica, ma ben peggio: i limiti del nostro stesso esistere che ci costringono ad esperienze al di là della nostra conoscenza, ma che sono alla base di essa eppure non incluse in essa. Non è forse una rielaborazione/generalizzazione del Paradosso di Russell?

Il tipico posto dove vorrei essere incarcerato durante una guerra (eccetto la Seconda, perché lo bombardarono)

Pazienza. Due punti sono però importanti: il primo afferma che la mia sintesi fa schifo e si concentra solo sulle ultime pagine del Tractatus… chiunque voglia dibattere questo mio riassunto dimostra che il testo in questione è importantissimo; il secondo punto riguarda il fatto che, in fin dei conti, a questo igegnere il soggiorno di prigionia nel Monastero di Monte Cassino deve aver giovato assai, rimettendolo in contatto con i Mistici Razionalisti tedeschi. Gente del Medioevo, ma che ne sapeva a pacchi.

Titolo dell’opera: proposizioni protocollari

Il vero problema è che molti si resero subito conto che forse il segreto della nostra conoscenza non è incluso nella conoscenza né nel linguaggio che la esprime… tuttavia restano interessanti suggerimenti circa il fatto che le nostre conoscenze non possono non strutturarsi secondo certe modalità e che forse, esplorandole ben bene, si può ottenere una sorta di chiave tecnica per l’ottenimento della conoscenza. Avevano in mente quella scientifica (forse l’unica conoscenza strictu sensu) e perciò si diedero da fare per colmare lo iatus che nei secoli si era formato tra teoria e pratica, e che solo il metodo scientifico aveva saputo riunire. Stiamo parlando dei positivisti (o empiristi) logici, precursori (ma non fondatori) a pieno titolo della filosofia analitica contemporanea. Vi ricordate cosa dicevamo dei positivisti “sociali” nei paragrafi precedenti? Ebbene, anche i positivisti logici hanno una loro ideuzza: la possibilità di ingegnerizzare il processo conoscitivo svelandone certe meccaniche.

Enigma

Ritorniamo alla Seconda Guerra Mondiale. Il salto di qualità in questo filone di ricerca è compiuto dai matematici. A loro per primi è richiesto di applicare la logica all’informazione… prima si vide come il linguaggio possa essere ingegnerizzato in modo tale da renderlo interpretabile solo agli occhi di chi possiede la chiave logica della sua decifrazione. L’impiego è bellico. Lo scopo è la segretezza. La materia si chiama crittografia. I Britannici, come già detto storicamente sensibili al potere delle informazioni e all’importanza di propaganda, intelligence, ed educazione statale, radunano le migliori menti logico/matematiche del tempo in una villa a Bletchley Park. Molti di loro sono espatriati. Combattono una guerra nella guerra: la guerra dell’informazione. Decifrano squalo (ma, molto wittgensteinianamente, è servito un evento empirico per innescare la macchina logica della decifrazione: il recupero di alcune chiavi crittografiche da un U-Boot appena silurato) e gettano così le basi per la Guerra Fredda.

Il migliore

Uno di loro, forse il più dotato, si chiamava Alan Turing. E’ altresì noto come l’inventore dei computer. Sarebbe meglio dire l’inventore dei calcolatori o, più precisamente, colui che gettò le basi logico-matematiche per la realizzazione di calcolatori. Nella teoria, essi hanno stati infiniti. Nella pratica, ci limitiamo ad applicare alcuni casi specifici del tipo di macchina che lui ha saputo pensare. Una specie di Carnot dei giorni nostri, che descrive il ciclo ideale di un motore… ma se poi andate a studiare un benzina, vedrete che il rendimento non è mai del 100%. L’aspetto più interessante del calcolatore ideale (ovvero la macchina di Turing) è che con essa si possono realizzare potenzialmente tutti gli algoritimi finora concepiti (è una frase grossa, ma dà l’idea di cosa successe dopo): il trucco tecnologico sta nell’abilità di trovare materiali e fenomeni in natura che consentano di velocizzare al massimo l’esecuzione di tutti i suoi step, come oggi avviene grazie a elettricità, dischi magnetici, transistor, o persino computatori biologici. Cosa poteva esserci meglio di una macchina che, dato un certo algoritmo, si arrangia per conto suo? Un computer ha prima di tutto lo scopo di risolvere problemi specifici — o task. Ha dei compiti che risolverà a seconda della qualità dell’algoritmo con cui è progettato. Con l’algoritmo giusto e i materiali a disposizione, esso può risolvere moltissimi compiti.

Serve l’anonimato per combattere un potere che si finge anonimo per restare impunito

Il problema è che i computer si prestarono molto presto agli scopi del potere sulle masse, che già pensava a se stesso nei termini di Bentham… ossia come un enorme meccanismo (dispositivo) di controllo, la cui “onestà” è garantita prima di tutto dalla sua impersonalità, ovvero dall’anonimato dei custodi. Sed quis custodiet custodes? Si chiedeva affannosamente Orwell, esimio esponente dei Media (BBC per tutta la vita), nel suo romanzo del 1949 — cioè 1984. Già cinque anni dopo (1954) arrivava la conferma: Alan Turing condannato alla castrazione chimica perché omosessuale (povero Wittgenstein: tu avresti capito!!!). Assunse medicine orribili che gli bloccarono gli ormoni, gli crebbe il seno, peggiorò il suo stato psichico e, da ultimo, optò per il suicidio iniettando cianuro in una mela (Apple?), che poi mangiò in stile Biancaneve (ma senza Sette Nani). Di lui non restò che un vago odore di mandorle amare, che un po’ ci ricordano la gioventù di Swan e un po’ ci ricordano l’Amore ai tempi del colera. Foucault, lui sì che avrebbe amato questo accostamento: Proust stesso fu corrispondente giornalistico di provincia in annosi casi di omicidio.

Il concetto Ottocentesco di Stato sicuro

Tiriamo i fili del discorso. Abbiamo tutti gli ingredienti per un romanzo d’appendice: un potere che esercita se stesso nel mito di una perfetta ingegneria sociale; una serie di macchine e dispositivi automatici messi a punto dai più raffinati pensatori del nostro tempo, che si collocano come promontorio di una penisola di pensiero positivista di cui sono stati (più o meno scientemente) gli araldi; una strategia bellica che ci insegna che il controllo non è solo di chi possiede informazioni, ma di chi le fabbrica (Garbo). Infine, abbiamo la Rete, nata per l’appunto in seno ai computer, al digitale e, dunque, per sua stessa natura, la terra nullius di una lotta per il potere.

Non mi annoierò mai del colore del denaro australiano

Non mi stupisco dunque che ben prima di quanto si sia sospettato, la produzione di informazione abbia surclassato la ricerca della verità, che ha nell’informazione solo un medium per un fine scientifico. Qui, invece, siamo dinanzi al tipico rovesciamento mezzi-fini osservato da Marx: è onesto usare il denaro per lo scambio, ma è folle usare il denaro per il denaro. Analogamente: informare per conoscere va bene, ma informare per informare… Qualcuno obietterà che, prima, parlavo di “informare per controllare”, mentre ora mi accontento di puntare il dito sull’informare per informare. Faccio questo per un motivo: non tutti gli informatori sono in mala fede, ma tutti servono a coloro che nella mala fede ci sguazzano.

Hokusai, L’Onda

Gli effetti dell’eccessiva informazione si fanno sentire. Essi sono: overload e disinformazione. Poiché il mezzo conta più del fine, assistiamo a uno sproloquio di informazioni elargite nella gratuità più totale (basti guardare una pagina facebook)… quasi come in una tivù in cui conta esserci ma non conta esserci-in-un-certo-modo. Heidegger forse lo aveva capito: la sola presenza al mondo è un nihil… è l’esser-per che conta. Dunque, parlando di overload, abbiamo un trionfo dell’esser-ci sull’esser-per. E già qui c’è un problema, poiché nuove macchine o dispositivi o software sono richiesti per poter filtrare una massa di informazioni non solo inutili, ma addirittura gratuite! Nuovi motori servono, insomma, per solcare questo mare che è divenuto uno tsunami.

E mi, e ti, e Toni… sen ‘ndai a l’ostaria…

Veniamo ora alla disinformazione: se tutto ciò che gira fosse non solo giustificato, ma pure rilevante, allora saremmo sufficientemente al sicuro. Invece ecco che, come nella nostra realtà quotidiana, la Rete non si rivela che l’ennesimo medium comunicativo dove, a maggior ragione poiché si tratta di un mezzo, possiamo divertirci a giocare… così come al bar facciamo battute o scherziamo sul più e sul meno. Il problema è che la Rete non gode presso tutti gli individui della fama di luogo subdolo o faceto (come è invece l’osteria di fuori porta o, ancor peggio, un comizio elettorale), perciò molti commettono l’errore di credere la Rete sincera solo per il fatto che è libera.

La classica idea di giustizia popolare

In questa peculiare fallacia non cadono solo gli ingenui. Vi sono altri che teorizzano quanto segue: “se la Rete resterà libera, allora la sicurezza e l’affidabilità dell’informazione sarà sempre garantita”. Molti anarchici la pensano così, e non proprio a torto. Essi non si riferiscono ai singoli fenomeni di disinformazione: sanno bene che il rischio c’è sempre e che le bufale saltano fuori di continuo. Ritengono tuttavia che, dato un certo intervallo di tempo, in una Rete libera l’informazione corretta, verificata e giustificata non possa che trionfare.

Solo chi lotta sopravvive: una legge della natura o una legge imposta dall’uomo alla natura?

…Ma questo non è un Adam Smith applicato alla teoria dell’informazione? Quell’idea che se tutto è lasciato senza redini, etc. etc… Il liberismo totale forse funziona, ma chi non ha spirito imprenditoriale non è legittimato a lamentarsi se viene oppresso. Nel liberismo tutti lottano tra di loro e chi rinuncia alla lotta rinuncia alla sua tutela. Il liberismo dunque non solo promuove un sistema economico, ma promuove anche un proprio tipo psicologico e, nella ridondanza del ragionamento, è naturale che se il liberismo viene applicato in maniera totale, sopravviverà solo chi avrà la mentalità da liberista. A me non pare dunque che questo liberismo radicale sia un sistema scientifico, che si basa su leggi naturali. A me pare invece che imponga una legge e che, normativamente, dica: chi non si adegua sarà perduto o marginalizzato.

Il potere di Google

Tale liberismo l’abbiamo rivisto in termini di informazione liberale, e proprio sulla Rete. Liberi per un sacco di tempo, al punto tale che la Rete è diventata un posto dove, oberati dall’overload e dalla disinformazione, si vince solo se si combatte. Il problema è che per vincere una lotta bisogna essere in molti e disporre di mezzi potenti… e tutto ciò riproduce come in un teatrino un problema che l’umanità già ebbe negli ultimi 2000 anni. E’ dunque legittimo pensare che il momento cruciale della lotta non sarà giocato tanto su una libertà ideale o meno della Rete, ma sul concedere o meno a chi ha già potere su di essa di spadroneggiare come già sicuramente accade. Il problema non è se la Rete vada o meno regolamentata, secondo me una regolamentazione avverrà che lo si voglia oppure no, poiché i poteri forti nella Rete già esistono (Google in primis). Vediamo dunque di concentrarci affinché queste leggi abbiano contenuti favorevoli all’utenza e non agli speculatori… eppoi sì, forse scopriremo che queste leggi avranno per materia alcune delle libertà anarchiche (come ad esempio il diritto al libero scambio di informazioni), tuttavia se tali libertà ci saranno, sarà solo grazie a qualche istituzione che si farà carico di tutelarle e difenderle. Altrimenti si giocherà per sempre a guardie e ladri.

L’antipolitica?

Qualche esempio? Nel suo Blog, Beppe Grillo ultimamente fa solo operazioni di disinformazione, accanendosi indiscriminatamente contro chiunque sollevi anche un minimo dubbio sul partito. Esempio: Il Fatto Quotidiano pubblica un articolo in cui si espongono le tesi di un “epurato” del M5S… ed ecco che Grillo risponde a tono: è la solita stampa pilotata. Ovvero: con argomenti ad hominem attacca la credibilità del mezzo senza dare credito alle idee contenute. Perciò non accetta contraddittorio! Estremamente anti-politico e anti-dialogico.

Ancora: il Partito Popolare ha fatto girare una serie di firme per un referendum anti-casta che, pare, non servano a nulla per i motivi spiegati qui.

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