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Diario d’Australia 7: Le due Australie

Ebbene sì. E’ il momento di un altro excursus downunder, sempre redatto grazie al mio favoloso BlackBerry, la cui batteria si scarica così presto da costringermi a sintetizzare al meglio i miei pensieri. Ringraziato lo sponsor, diamo un’occhiata alle vicende appena trascorse.

Con la spada di Damocle dell’articolo in attesa di redazione in Italia, mi sono imbarcato sul volo Qantas diretto a Brissie. C’è poco di cui lamentarsi: il parcheggio a lungo termine è economico e sempre disponibile, i terminal sono vicini, l’autobus interno è gratis per tutti. Inoltre, ho beneficiato dei vantaggi del volo domestico: check-in completato da me medesimo. Sono arrivato, ho digitato il codice sul terminale, ho stampato biglietto ed etichetta per il bagaglio e, infine, ho pesato il tutto e l’ho infilato nel tapis roulant. Anche la sicurezza è precisa ma rilassata. Il vigilantes aborigeno mi saluta in Italiano, mi spiega che non serve mostrare il passaporto e, infine, controlla se ho droghe o esplosivi nello zaino. L’imbarco è puntuale. Il volo tranquillo (anche se per me si tratta sempre di una esperienza mistica e terribile).
Avendo acquistato il biglietto con sole due settimane d’anticipo, ho pagato un po’ di più… Ma a parità di costo ho potuto permettermi Qantas e non la sua sub-compagnia low-cost: JetStar. Servizio eccellente, qualche turbolenza, hostess bellissime, altissime e gentili. Bevande gratuite con tanto di snack e brownie. Tutto pare esclamare: “vola-canguro: non te ne pentirai”. Anche gli abiti grigi, con decorazioni aborigene, fanno la loro figura elegante. Il video di presentazione mi strappa una risata: “Piacere, sono Jack Jackson: capitano della squadra di cricket nazionale. Con Qantas siamo tutti vincenti” (al ritorno ci sarà Sheila, l’atleta paraolimpica). Etc.

Atterro a Brisvegas in piena notte. Sull’airtrain gialloblu si chiacchiera con una coppia di anziani. Vanno a Vicky Point, ultima fermata. Si informano: cosa studio, cosa faccio, etc.
A Fortitude Valley mi attende un’ospite d’eccezione: è Mattia Vettorello, già designer in erba e già australian globe-trotter. Del subcontinente canguro egli conosce quasi ogni palmo di terra: dalle rosse sabbie del Simpson Desert alle coste dorate del Queensland. E’ la guida perfetta per la mia avventura nordorientale. Preda dell’euforia, mi trascina per le strade nottune illuminate dalla skyline fluviale. Scattiamo qualche foto dall’osservatorio privilegiato di Kangaroo Point, quindi ci dirigiamo tosto verso Stones Corner, dove Mattia condivide una discreta dimora con un maestrino sudcoreano e un’energica Boadicea scozzese.

Dal 176 al 180 d.C., Ulpio Marcello governò la Britannia con una certa abilità. Rientrato a Roma, vi fu rispedito non appena si seppe degli attacchi provenienti da Nord. Cassio Dione racconta che i Caledoni avevano fatto breccia nel Vallo di Adriano e minacciavano la Britannia Romana. Ulpio Marcello condusse le sue truppe asturiane contro i selvaggi e li sconfisse, spingendo le proprie incursioni punitive fino al Vallo di Antonino Pio. Purtroppo, le mancate risorse e l’irrequietezza delle armate fornitegli dall’Imperatore Commodo, lo costrinsero a ripiegare entro la linea adrianina, ovvero a Castrum Cilurnum (Chesters). Del resto, le truppe temevano il suo pugno di ferro e la disapprovazione nei confronti di Commodo le rendeva facile preda di ammutinamenti e diserzione.
Fu allora che Ulpio Marcello, già abituato alla vita celtica dei villaggi britannici, conobbe i Caledoni. Come i Pitti, costoro si lanciavano in battaglia con ardore, bevevano con altrettanta foga e amavano la buona musica.

A questo pensavo, mentre il Sabato sera, reduce dalle fatiche della vacanza, chiacchieravo con Sara (Sarah?). Lei ha i capelli neri (forse tinti?) e la pelle abbronzata di certo non richiama gli scoti… Eppure c’è un qualcosa di monolitico nel taglio sottile degli occhi; certamente, poi, soddisfa la descrizione fatta da Tacito nel suo Agricola: robusti e dalle ampie giunture. Caledone significa “gente dura, tutta d’un pezzo”.
Ha, insomma, quel fascino mistico troppo esotico per dirsi mediterraneo e tuttavia abbastanza tetro da celare segrete sfumature nordiche, dove le nebbie incontrano paludi, brughiere e colline ondulate. Anche il modo in cui le cadono i capelli lungo le guance ha un sapore misterioso. Certamente affascinante.

Quella sera, la sera del mio arrivo, la vidi solo di sfuggita. Il mattino successivo Brisbane mi salutava con la calura. Le quattro ore di sonno non ci pesavano (alzataccia ore 6) e perciò prendemmo l’autobus per Cleveland, lungo la costa.
Durante il viaggio, ho avuto modo di osservare schiere di case singole come solo in Australia ve ne possono essere. Paiono tutte di legno, con listelli orizzontali, ampie vetrate, verande, porticati… E tutte a tinte tenue (azzurro, beige, verdino) con solo il tetto scuro a dare carattere. La vegetazione diventa sempre più lussureggiante e abbraccia un po’ tutti i quartieri.

Giunti a Cleveland, l’autista del bus gratuito ci informa che, mancando un’ora al traghetto, verremo lasciati di fronte alla panetteria migliore della città. Non ha torto: la colazione a base di tortini di carne (meat pies) e abbondante caffè ci sazia.

Poco dopo, navighiamo a tariffa ridotta (sconto studenti) nella Baia di Moreton. Brissie, come Pisa, sorge sul fiume. Segue un grande estuario, protetto da tre-quattro isole sabbiose allungate da Nord a Sud, che trasformano il mare interno in una placida laguna, frapponendosi alle mareggiate e intemperie dell’Oceano Pacifico… precisamente dove comincia il Mar dei Coralli.
L’isola più a Nord è Bribie, collegata alla terraferma da un ponte che la rende l’ideale meta di famiglie e pensionati giusto all’ingresso della Sunshine Coast. Moreton, invece, è più che altro un parco, ma il resort turistico ne polarizza tutte le attività. Stradbroke (con i segnalini blu nella foto), da noi scelta, presenta invece una miscela frizzante di natura, abitazioni e perfino industria mineraria. Infine c’è South Stradbroke, piccolina e spesso dimenticata.

Durante il transito della baia, ci circondano alberi in stile mangrovia, la cui chioma è la sola cosa che spunta dall’acqua. Non ci stupiscono dunque i numerosi relitti che emergono dai punti più insidiosi.
Attracchiamo nella ridente Dunwich e, senza fare provviste (incomprensione: Mattia credeva parlassi di birre) ci rechiamo direttamente a Est, seguendo bene o male una strada asfaltata e fregandocene altamente di Autobus e trasporti.
La scelta più infelice fu quella di affidarci a una mappa mal fatta, praticamente ricavata da un dépliant turistico. Poco male: dopo 4 chilometri di sole cocente e salite e discese ripide lungo i troppo numerosi colli sabbiosi, giungiamo al Brown Lake.

Il lago è marrone per via della Melaleuca che, rilasciata dagli eucalipti circostanti, trasforma le sue acque in un infuso simile al tè e dotato di proprietà cosmetiche e curative. Il bagno è d’obbligo.
Rinfrescati, cerchiamo un rubinetto nell’area attrezzata per le comitive… Ma troviamo solo dei servizi igienici non troppo fedeli all’aggettivo che li descrive. Nel dubbio, c’è sempre l’acqua del lago (io l’ho bevuta mentre nuotavo), ma una coppia fa al caso nostro e gentilmente ci lascia una bottiglia d’acqua.

Si riparte sotto il sole cocente, ed ecco che inizia l’amaro gioco degli obiettivi: “Dopo quella collina, il mare…” e così via per 8 chilometri. L’autostop diventa inutile quando ci rendiamo conto di incrociare solo i camion dei minatori che rientrano dalle zone date in concessione all’industria estrattiva. Secondo noi cercano sabbie bituminose. Secondo mio padre, l’uranio. Anzichè mostrare il pollice, ci limitiamo a salutarli con entusiasmo.

Raggiungiamo l’Oceano dopo 12-13 km di saliscendi da una costa all’altra. L’ultimo tratto è una brughiera acquitrinosa, seguita da un’altura e, infine, dalla spiaggia bianca.
Il vento soffia da Nord ed è molto forte. Fortunatamente, ci rinfresca e così dovremo preoccuparci solo dei raggi solari e non della temperatura corporea in generale.
Peregriniamo verso Nord, camminando presso il bagnasciuga, dove la sabbia è più compatta. Sono solo le 14.00 e la tabella di marcia è rispettata, anche se con fatica. Unico neo: nell’otre è rimasto solo mezzo litro d’acqua.

Veniamo superati da alcuni fuoristrada che corrono in senso contrario. Di certo non siamo soli! Per chiarire gli intenti, ci concentriamo su una massa scura che ci attende a metà strada. Non appena raggiunta, ci interrogheremo se l’accesso alla scogliera (Point Lookout, in lontananza) è praticabile o meno.
Sfortunatamente, la massa scura si rivela essere una balena spiaggiata. L’avanzato stato di decomposizione non dà adito a dubbi: è morta da tempo.
L’annuncio è stato terribile. Assetati, rallentiamo, quindi si solleva il vento a noi contrario e i granelli di sabbia ci sferzano le carni delle gambe come migliaia di punture. Quindi arriva l’odore di pesce marcio, quasi nauseabondo. Scartiamo verso le onde per sottrarci al miasma mefitico. Già abbiamo capito: è una balena. Sara stata lunga 5 o 6 metri, ma ne rimane solo un tronco mutilo con le ossa non ancora in vista. Quanto ci mette la natura a digerire così tanta vita? E’ il momento di fare l’autostop. L’asciugamano c’è, dunque non dovrebbe essere un problema.

Si ferma una coppia di pescatori. Veri Queenslander. In vacanza da pensionati. Ci rassicurano: arrivati alla scogliera, si sale e c’è il paesino. Con i negozi. Ci danno pure una bottiglietta d’acqua, subito ribattezzata “extrema ratio”.
Non facciamo in tempo a farci riempire la borraccia da una coppia di lavoratori di rientro dal paese – ragazzi gentilissimi della nostra età – che la coppia è già tornata e ci offre un passaggio: “Per non averci sulla coscienza”.

In realtà, mancavano veramente pochi chilometri (tre o quattro) e, giunti alla scogliera, scopriamo alcune spiagge frequentate con tanto di bagnini all’australiana (ovvero con tavola da surf e seduti sotto al gazebo). Il fish and chips è sopra la collina. Ci sediamo, rilassati, e ordiniamo al cuoco di São Paulo un doppio “cestino del pescatore”. E’ frittura ben fatta, con patatine extra “perché erano rimasti pochi anelli”. Il cameriere, un Sydneysider molto giovane, ci racconta come è arrivato lì: voleva fare la stagione e poi si è fermato. Ora mette da parte i soldi per girare l’Australia come un vero backpacker. Mangio il mio barramundi e Mattia dà fondo al cestino, spazzolando la trota di mare. Sorseggiamo XXXX, la birra del Queensland. Torneremo a Dunwich con l’autobus.

Il venerdì, cioè il giorno successivo, abbiamo ripetuto l’impresa in salsa più turistica, ovvero partendo da Surfers Paradise (nella Gold Coast) per giungere fino a Miami Beach. Ovviamente, camminavamo controvento sulla sabbia, scavalcando a piedi nudi i cadaveri delle meduse (piccole) abbandonate dalle onde. Questa volta siamo equipaggiati con pasta fatta in casa e condita “Mari e monti”, ossia con funghi e salmone. Il pranzo del secolo, innaffiato da 33 cl di Beez-Neez comprata al BWS locale.

La serata è da ricordare per un paio di motivi. Il primo è il tizio ubriaco che ci ha offerto da bere; il secondo è la donna pesce-rosso. Reduci dalla festa indiana nella piazza di Brisbane, ci siamo diretti in un pub molto grande, dove una coppia di ragazzi suonava cover integrando chitarra acustica e ritmica elettronica. Dopo la prima birra, ci concentriamo sul listino finché un tipo non ce lo toglie di mano e fa un cenno al suo amico, il padrone del locale.
Ci viene servita una liquirizia e una birra. Conosciamo la storia del tipo che, nel frattempo, balla con un sacco di tipe. E’ appena tornato dallo Zimbabwe… e subito la fantasia vola ad affari e traffici illeciti, tanto per alimentare lo stereotipo dell’avventore.
Prima di andarcene, ci sbologna due tipe. Ovviamente, io mi becco quella in condizioni più precarie. Ubriaca fino al midollo. Appeal tendente allo zero assoluto. Geologa (un punto a favore). Mi chiederà da dove vengo e come conosco Mattia almeno dieci volte. Brutta cosa, l’alcool.

A qualche giorno di distanza, mentre bevo il mio caffè corretto con latte di soia, ripenso a tutte le vicende avvenute negli ultimi giorni — solo alcune delle quali hanno trovato spazio in queste righe. Invero, esistono almeno due Australie. Dico “almeno” perché probabilmente ce ne sono a centinaia, ma in questi giorni solo due mi sono apparse come le più salienti.
Ebbene, da un lato c’è l’Australia delle campagne, della fatica, della tradizione… ma anche della genuinità, della simpatia e della fratellanza. Dall’altra parte c’è l’Australia avvenieristica, futuribile, elegante, ricercata. In un certo senso, entrambi questi scenari sono vincolati dall’altalenante contraddizione della morale borghese contemporanea: il desiderio del lusso, dell’eleganza e del privilegio sono controbilanciati dall’impegno a dimostrarsi uomini di mondo, “alla mano”, niente affatto dimentichi del passato e delle radici. Nella sua espressione più genuina, questo atteggiamento non dovrebbe stupire, poiché negli ultimi decenni intere generazioni sono state catapultate in nuovi mondi che mai avrebbero potuto immaginare con completezza.
Nei pub australiani c’è un forte senso di comunità innaffiato da abbondanti dosi di birra. La troppa familiarità con gli sconosciuti potrebbe sembrare una raffinata forma di ipocrisia, ma non credo che sia così: qui c’è voglia di conoscere, di esplorare, ma anche di far sentire a casa. L’idea di fondo è quella di non dover ignorare nessuno a tutti i costi. Chiaramente, l’estremo opposto potrebbe essere quello della molestia e della superficialità. Abbandonati però i templi della festa, si scopre quanto bene possa essere radicato il sentimento di sostegno reciproco che, decisamente, è un retaggio della rude vita nell’outback: le risorse si condividano, si dia da mangiare agli affamati, si dia da bere agli assetati e, in generale, si scenda a patti col fatto che nulla è eccessivamente duraturo e che perciò quello di cui si dispone va speso e ben impiegato.
Fa dunque ridere sfogliare il trimestrale della RACV (l’ACI del Victoria): è pieno di pagine che pubblicizzano viaggi mozzafiato e delicate dimore in riva al mare, magari in qualche isola dei mari del sud. Se, però, ripenso a Stradbroke island, vedo le cose con occhi diversi: il traghetto non fa servizio serale, in alcuni paesini l’autobus si arresta alle 17.00; portare un mezzo sulla terraferma può costare anche un centinaio di dollari… Decisamente, la casa sull’isola non è e non sarà mai la casa a Caorle. C’è un qualcosa di pionieristico nel progettare una vacanza (o un’intera vecchiaia) in un posto simile: sole cocente, ventate improvvise, il bisogno di accumulare risorse, la mobilità ridotta… Non dimentichiamo poi l’eventuale siccità, i costi esorbitanti dell’acqua potabile e, in generale, la solitudine.
Le case e le vacanze pubblicizzate nel giornale sono un po’ come certe destinazioni africane: in apparenza abbordabili, sia come prezzo che come locazione… ma di fatto estremamente dispendiose. Il proprietario deve sapersi dimostrare amministratore e manutentore: l’idraulico arriva dopo ore (o dopo giorni), i pezzi di ricambio non sono sempre a portata di mano, etc.

Straddie è comunque un esempio marginale di questa vita “faticosa”, incarnata nella nozione di Labor Party australiano piuttosto che inglese: si tratta di un’isola relativamente vicina alla metropoli pacifica, ha sufficienti abitanti e risorse da giustificare scambi regolari. Insomma: non si creda che sono andato ai confini del mondo, anche se una balena spiaggiata. Giustifica tuttavia il motivo per cui volare Qantas sul viaggio di ritorno mi è sembrato una specie di viaggio in astronave. Non sono le “spremute d’arancia in bicchieri di cristallo” del Principe di Bel Air, ma poco ci manca: è un Paese in crescita, disposto a rigettare fino all’ultimo la propria radice pseudo-carceraria, fatta di zappatori, pastorizia e cercatori d’oro. D’altra parte, però, questo rifiuto — che pare necessario affinché si sviluppi una realtà alternativa e avanzata — è correlato a un indecidibile senso di nostalgia. Ecco dunque che i giovani si caricano lo zaino in spalla e, come il cameriere di Straddie, iniziano a peregrinare per il subcontinente, desiderosi di conoscerlo, ammirarlo e valorizzarlo. Torneranno cambiati e molto più fiduciosi di altri nelle possibilità di questa terra.
Ad attenderli, comunque, ci sarà sempre quel tessuto urbano camaleontico che si espande con i suoi tentacoli lungo le direttrici commerciali. L’Australia è e resta uno dei Paesi più urbanizzati del mondo (89% della popolazione era inurbata nel 2010, con crescita stimata dell’1,2% annuale nel lustro 2010-2015) e le sue città sono un trionfo di design, attività commerciali e cultura. A caro prezzo, tuttavia, l’Australia paga questo suo benessere d’avanguardia: incessanti esportazioni di materie prime (soprattutto carbone), agricoltura (il riso nelle regioni umide, la lana nei pascoli). Il problema è che non giocherà un ruolo forte finché non cesserà di esercitare potere come conseguenza del suo potere d’acquisto, il quale a sua volta deriva dalle ricchezze del suo sottosuolo che — si sa — non potranno durare in eterno. Forse, le dichiarazioni della Gillard sul Secolo asiatico e il successo di Rudd nell’assicurarsi un seggio temporaneo all’ONU vanno in questo senso.
Si tratta dunque di un benessere controbilanciato dalle enormi emissioni di anidride carbonica, specie in via d’estinzione nonostante l’attenzione e la cura per i parchi naturali e, ironicamente, da un’industria edilizia che alza i prezzi per uscire dalla crisi. Un giorno, forse, l’Australia comincerà a contare per ciò che è e fa, e non per ciò che la natura le ha dato. E’ già così per alcuni Stati d’Europa — come l’Italia… ma dovrà diventare così anche per gli Australiani, che corrono lungo un percorso il cui completamento richiede molto tempo.

Naturalmente, la mia è una visione parziale. Il ragazzo indiano dietro al bancone forse vede in Melbourne solo l’ennesima Mumbai (“Ma io la chiamo ancora Bombay” mi dice scherzando): magari un po’ più pulita, rilassata e meno caotica. “Meno gente”, mi dice: “Più spazio per tutti”. Un po’ lo capisco, ma ripenso ai colli trevigiani e alla Brussa… realtà che non ho mai voluto esplorare nel dettaglio — eppure sono così piccole rispetto all’Australia! Con una sfacchinata come quella di Stradbroke e Surfers Paradise potrei senza problemi esaurire buona parte della costa adriatica del Veneto!

Dunque è deciso: si torna per vedere, ma anche per capire. Sperando che, di questa terra, non mi manchino solo i tramonti.

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