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Diario d’Australia 3: il giorno più lungo

[Prima di esordire, una menzione speciale a tutta la CR Veneto di Vazzola — donne in particolare]


Verdi distese, colline e valli. Passeriformi, volatili acquatici e marsupiali! Venghino signori nel grande CIRCOndario di Melbourne, dove un boccone di torta alle mele non si nega a nessuno! Delizie cittadine, carni alla brace… chilometri d’avventura, stanchezza nelle gambe, un vago aroma d’eucalipto e molto altro ancora: benvenuti al Diario d’Australia n. 3.

Un futile motivo
1,2 km (a piedi)

E’ evidente che scrivere e viaggiare sono un po’ la stessa cosa. Ci ripenso mentre mi inerpico per l’ennesima collina, circondato dagli stucchevoli mattoni rossi delle villette di periferia. Ci penso ancora salendo sul treno che mi porterà a casa… E già comincia la narrativa che solitamente m’accompagna; una prosa incessante o — se proprio volete — una poesia al ritmo dei miei passi.

Sono uscito alle 14.00 per andare dal fruttivendolo. Sette ore dopo rientravo in camera stringendo al petto un chilogrammo di pomodori relativamente freschi, quasi fosse una sacca piena di monete. Come compagni di viaggio non disdegno affatto i vegetali: seguono per tutto il tempo il tuo intrico di pensieri; poi, quando è il momento di tornare, emanano un curioso odore che non disturba, ma rammenta.

Andrea: “Detto tra noi, ho comprato dei pomodori e li ho portati in giro per tutta la giornata. Non sono mica andati a male?” Rita: “No, no. Al massimo maturano un po’”. Ingenuo figlio! Madre santa!

Branko? Potremmo definirlo il casus belli della mia lotta con la distanza — se non si fosse trattato della puntata di ieri. Tenevo a mente le sue parole: viaggi, esplorazioni, novità, etc…Non poteva essere una giornataccia. Mi chiedo ancora che effetti il fuso orario abbia sull’astrologia… sbagliato completamente giorno!

Proprio in ragione di queste grandi aspettative, avevo deciso di farmi qualche regalo.pur restando entro i confini di Macleod: dopo-pranzo (ma quale pranzo?) al Mocha-bean, con caffè e dolcetto; lettura del giornale; fruttivendolo; Observation & Explanation di Norwood Russell Hanson (no, maestro: non ti ho tradito!).


Giungo in Aberdeen Road in tenuta da riposo: polo bianca dell’università, dockers beige e stivaletti neri (la cosa più comoda da indossare a portata di mano). Niente canottiera: fa troppo caldo. Anche l’equipaggiamento è leggero: portafogli, Blackberry e occhiali scuri di ricambio — perché non si sa mai. Carico di aspettative, attraverso la strada, ma già i conti non tornano: il greengrocer (=fruttariolo, per chi mastica l’argot nostrano) è chiuso… come al solito mi toccherà andare dai Cinesi! Non che abbia qualcosa contro i Cinesi in sé, ma la loro verdura non è made in Australia — non è a chilometri zero.

Pazienza: Mocha Bean saprà consolarmi… Ma perché non ci sono i tavolini nel patio? Staranno mica sbaraccando? Orrore! Guardo l’orario e mi tranquillizzo: oggi chiudono alle 3 p.m. e sono solo le due e dieci. Mi accosto alla vetrina, ma le due cameriere mi fanno cenno di no con la testa. Assurdo. Devo darmi per vinto.

Eppure… Dov’è che porta quella stradina? Non sono mai andato oltre quella salita. Proviamo un po’ a vedere dove va a finire.

Watsonia
2,8 km (a piedi)

…Allora è vero che tutte le strade portano alla Greensorough Highway (si pronuncia “Grin-sboro”, nel caso vi interessasse). Incrocio a T in discesa e, di fronte a me, un muro di bosco e alberi, il tutto recintato in grande stile. Ormai abituati, gli automobilisti non se ne curano, ma io sono un fautore del “guarda e passa”. Osservo: “zona militare, divieto d’accesso”. Il cartello è così giallo che pare scritto in italiano. Finalmente eccomi a Macleod West — un nuovo mondo! Non posso certo tornare indietro, perciò decido di costeggiare la statale e vedere dove mi conduce. Nel salire, considero il rapporto tra gli Aussie e l’esercito.

Relatore di tesi: “Così come provano entusiasmo in tutto ciò che è competizione, tengono in alta stima la professione militare. Per loro è come rafforzare il legame con la terra e la nazione”.

Certamente qui l’esercito non pare ideologicamente legato alla politica, né al concetto di rischio — bensì a quello di servizio e, forse molto lontanamente, di sacrificio (in ricordo delle Guerre Mondiali, che hanno combattuto da estranei e pure prendendo delle belle batoste).

Arruòlati, dicono i manifesti nelle stazioni della metro. Una donna, sana ma non bellissima, solleva il camice da infermiera senza cenni allusivi nello sguardo: sottoveste mimetica. L’icona della solidità femminile… quanto mai azzeccata nei dintorni dell’8 marzo.
Specializzandi o triennalisti in ingegneria, infermieristica, farmacia, fisioterapia, radiologia e scienze ambientali? L’Australian Defence Force è disposta a pagarvi le tasse universitarie e a fornirvi uno stipendio massimo di $40,500 per la durata del corso di studi se vi arruolate. Al termine degli studi avrete il rango di ufficiali e un lavoro assicurato nel vostro settore. Non male davvero!

…E qui a Macleod? Io vedo solo alberi. Mi immagino un’Australia benestante, che può permettersi un parco in mezzo alla periferia da dedicare solo alle esercitazioni: un triangolo isoscele con due lati da 3 e la base da 1,5 km. Chissà che buffi: gli alberi servono a dare privacy a questi qui che si dipingono la faccia, corrono tutto il giorno e fanno finta di sparare ai marsupiali.

Sergente istruttore Hartman: “Will, stupida checca! Ti avevo detto di caricare a salve: tu vedi bosco, ma dietro quella collina c’è una scuola bambini che giocano a spararsi e si fanno le decalcomanie dei Marines senza aver mai visto un fottuto Vietcong! Vuoi privarmi della splendida compagnia di quei nanerottoli bitorzoluti che cantano l’inno del nostro Corpo il giorno del Ringraziamento?”.

Quasi ad enfatizzare il mio flusso di coscienza, ecco comparire un “Museo dei segnali (signals) militari”. Me lo immagino pieno di bandierine. Non voglio nemmeno sapere quanto costa entrarci. In realtà, si tratta del “Museo del Real Corpo d’Armata Australiano delle Comunicazioni” (notare la coerenza del link). E’ più curioso il tabellone accanto: “Arruolamento: all’interno del campo (within)”… con una buona scusa si potrebbe quasi dare un’occhiata in giro (ma questa è decisamente un’altra storia).

Giunto all’apice della salita, abbandono la statale che prosegue a Nord-Est per inoltrarmi in Watsonia Road. Chissà: forse un giorno era una fattoria di proprietà di un certo Watson, magari trasferitosi da Londra con la nuova moglie per soddisfare le richieste di Sua Maestà Britannica (ve lo immaginate Sherlock Holmes nella Melbourne dell’epoca?). Non pago del nuovo possedimento ottenuto con la pensione d’invalidità (la maledetta ferita afghana), decide di immortalare il nome della famiglia in un toponimo altisonante: Watsonia!

Diamond Car Rentals non affitta solo automobili, ma vende un sogno… e anche degli usati di (apparente) qualità. Era quello che ci voleva: un piccolo parco macchine da esplorare. Il foglio informativo dell’autovettura dice tutto il necessario — sia il prezzo “all’osso” che quello “drive away” (con revisione, targa e tutto il resto).
L’unico mezzo abbordabile è una Hyundai Sedan Non-c’è-il-nome-del-modello con 73.000 km alle spalle e cambio manuale a 5 marce. 4.999 sacchi ed è tua. Dov’è l’inganno? Raramente gli usati australiani scendono 150.000 leghe sotto i mari quando vendono un usato… perché questa mosca bianca? O è l’affare del secolo o è la fregatura del secolo.

Fingo indifferenza e proseguo la passeggiata… ecco un paesino simile Macleod, però qui è tutto aperto. Mi reco prima da Gigi Bici (no, non si chiama così, ma cosa volete farci?). Per prima cosa, noto che la maggior parte dei mezzi ha un telaio che si adatta magnificamente alla mia altezza — cosa rara persino a Fontanelle. Chissà però che sospensioni ci sono… Mi propone l’alternativa: mountain bike se i miei percorsi sono accidentati o city bike per i bisogni quotidiani. Altra opzione: telaio della mountain bike con copertoni lisci da città. Il prezzo è in generale attorno ai 400 baiocchi — e la cosa mi garba assai.

Trovo anche il Fish’n’Chips che aveva pubblicato l’offerta di lavoro sulla Rete. Ho la tentazione di entrare, ma mi trattengo: non ho con me il resumé richiesto. Sarà per un’altra volta (speriamo non siano le ultime parole famose). Faccio un salto veloce dal fruttivendolo (che sta chiudendo) e noto che in esposizione è rimasta solo frutta e pomodori. Compro un chilo di questi ultimi e mi procuro il più fedele compagno di viaggio che si possa desiderare: il cibo. Mi concedo anche una raffinatezza: caffè e dolce dal panettiere, alla faccia del Mocha Bean! Ovviamente servizio al tavolo.


Non so proprio scegliere e alla fine opto per la torta alle mele, che si fa divorare senza nemmeno il tempo di scattare una foto. Il ripieno morbido e zuccheroso è racchiuso da due strati di pasta frolla.

Plenty Gorge
10 km circa (a piedi)

La prossima destinazione non può che essere un certo Plenty Gorge Park poco più a Nord. Cosa volete che siano 2 km in più o in meno? Posso sempre usare i trasporti pubblici per tornare a casa!

A questo punto è opportuno commentare l’importanza del Blackberry. Guarda caso, quando viaggio, raramente perdo tempo in sciocchezze come Foursquare, preferendo preservare la batteria per sfruttare il potentissimo GPS/stradario/qualunque-cosa-sia.

Da vero immigrato, infatti, la mia spesa maggiore è stata quella per le comunicazioni… e finora posso dirmi soddisfatto, poiché a un fisso mensile corrispondono numerosi minuti di chiamata, infiniti sms nazionali e internazionali e 2 GB di traffico internet (per non parlare dei servizi BB gratuiti). Unica pecca, come sottolineavo: la durata della batteria se sottoposta a stress multiplo (scattare foto, connettersi a varie reti e consultare le mappe). Troppa cyborgness? Forse… ma se considerate che è facile perdersi già con la cartina, figuriamoci senza alcun ausilio! Dopo l’esperienza del Canada (mi portavo ovunque la pesante Lonely Planet), ho deciso di spostarmi sì in base agli umori del momento, ma almeno ottimizzare il raggiungimento di obiettivi a breve termine. Per questo, lo smartphone si sta rivelando una protesi essenziale delle mie mappe mentali.

Quello che mi stupisce di Plenty Gorge Park è che sulla cartina compare proprio come un’enorme macchia di verde (un quadrato di 5 km di lato) nel bel mezzo di un reticolo di strade. Assaporo il concetto di wildlife e mi propongo quanto meno di andare a visitarne i margini: dalla periferia cittadina alla periferia del parco naturale — per saggiare il grado di contaminazione che sussiste tra questi due mondi.

Del resto, come biasimare questa urbanizzazione diffusa? Gli Australiani pare che se la possano permettere. Questo concetto di “diffusione” me l’hanno insegnato alcuni dei partecipanti all’Energy dell’anno scorso (Ghirano 2011): cos’è la campagna in Italia, se non una città diffusa? Il problema si pone anche in Australia perché, come spero si noti da alcune fotografie, l’occhio spazia su ampie vallate che compongono l’area Nord di Melbourne (Plenty River, Diamond Creek, etc.). Tuttavia non si notano case, ma solo una grande distesa di verde. Recandosi di persona in quelle zone, compare invece una discreta densità demografica, precedentemente occultata — per così dire — dal panorama.

La città c’è, ma non si vede: è un’eco calviniana? Questa non è l’Italia, tutta pigiata… ma in fin dei conti queste periferie, se non insistessero nel separare servizi e aree commerciali dalle zone residenziali, veramente potrebbero assomigliare a certi paesini veneti — magari con più chiome arboree. In questo senso, l’artista di strada (l’artista della strada) si trova ad affrontare le stesse problematiche operative che caratterizzano la nostra terra. Il CBD di Melbourne è un trionfo di vicoli affrescati, spazi puliti ma allo stesso tempo aperti ad interventi d’abbellimento. Cosa dire invece della periferia? E’ difficile trovare il muro… che faccio? Intervengo sulla facciata del vicino? Eppoi qui il degrado è mitigato da un’onnipresente trionfo arboreo, prati secchi alternati a fogliame rigoglioso. Immaginiamo una Ghirano che si estende per miglia — senza però perdere il suo carattere di paese di provincia: come muta la parola “città” quando ci riferiamo a cose del genere?

Medito questo, mentre mi dirigo a Nord. Devo attraversare più di un quartiere per raggiungere la mia meta. Apparentemente, qui c’è molta libertà di movimento: prati, parchi, etc… Mancano però le vere e proprie scorciatoie poiché la topografia è reticolare e, proprio come ogni rete che si rispetti, è limitante. Andare dritti o svoltare; se si sgarra, intervengono le barriere architettoniche: quelle che influiscono su tutti, non solo sui disabili. Ad esempio, lungo la Statale ad un certo punto scompare il marciapiede; è certamente costeggiata da prati, ma chi ha voglia di camminare nell’erba alta?


Provo una diversione, che si rivela pure piacevole, ma mi intrappola in un quartierino sorto in una conca all’angolo tra le due superstrade. Di traffico non c’è traccia quaggiù, ma in un certo senso ogni via è auto-referenziale e si finisce sempre con l’andare a sbattere su una barriera di abitazioni che impediscono di osservare se queste superstrade si possano attraversare, oppure no. Non resta che l’esplorazione metodica, in cerca di un varco — possibilmente pedonale — che mi permetta di entrare nel lato nord dell’abitato, spezzato in due dal trafficato e inaccessibile Raccordo Anulare (Metropolitan Ring Road).


Mentre l’urbanistica limita le mie scelte, costringendomi a vialetti ben definiti tra il giardino e il manto stradale, mi accorgo che in fin dei conti ogni quartiere ha il suo stile. Nella zona di Northland SC, le case sono sì singole, ma in qualche modo abbandonate a se stesse e preda dell’incuria. Altrove, invece, il rigore quasi svizzero delle villette dai mattoni rossi ricorda più un thriller che un luogo di relax: come non impazzire in un posto dove l’erba del vicino non solo è più verde, ma pure pettinata con il righello? Watsonia North, invece, mi aggrada. Sarà perché rinchiusa tra argini e terrapieni… Sarà perché in ogni casa pare regnare un disordine costruttivo. Svoltando verso Gillingham Street noto che tutte queste abitazioni sono munite di parcheggio coperto (rigorosamente annesso alla casa), giardino di fronte (per gli ospiti), giardino sul retro (per i bambini), veranda e mansarda con l’abbaino. Non posso esimermi dal pensare che, anche se meno di altri luoghi, questa configurazione rimanda all’America degli Anni Cinquanta e, perché no?, ai Flintstones. L’architettura qui non è solo stile di vita, ma l’ideologia della vita semplice, dedita al lavoro e alla famiglia. L’uomo di casa sale sul pick-up e va in cantiere a dirigere i lavori, oppure casa per casa a riparare tubi e rubinetti che perdono. Anche La vita secondo Jim ripropone questa ferrea configurazione familiare, la cui banalità è quasi rilassante sullo schermo — ma stona senza dubbio se rapportata alle statistiche sui divorzi o sulle gravidanze dei minori.

Eccolo, però, il mio varco. L’ingegno australiano non mi delude: ciò che pareva inaccessibile dal satellite rivela invece un passaggio pedonale un poco ammuffito, con scalinata che risale l’argine stradale e cavalcavia sulla statale, proprio in corrispondenza di un bivio importante. Nella confusione dei mezzi, assaporo la vista dell’Est: a destra, un accenno di montagne (i Ranges); a sinistra, la maschera arborea che nasconde la periferia.


In breve, svicolo nel vicinato e mi trovo a costeggiare Plenty Gorge Park!
Una distesa di alberi inframezzata da ampie radure gialle per via dell’erba secca. Vi si trova il Plenty River (con questo nome che richiama l’abbondanza del suo fluire) e, possibilmente, la gola che con il tempo ha scavato nell’intonsa terra australiana.

Quanto al limite, però, che delusione: sono circondato da una nuova lottizzazione, la cui terra dissodata e non ancora edificata accentua l’effetto “cava”. Un piccolo stagno (vietato nuotare) ospita qualche paperella e per quanto mi aggiri tra le cataste di laterizi, non trovo un vero e proprio “ingresso”. Niente per i visitatori. Il parco inizia semplicemente lì dove le case finiscono. Anzi, c’è da pensare che a caro prezzo gli imprenditori ne abbiano strappato una porzione al governo, per dare un tetto a ricchi padri di famiglia.


Vorrei entrare, sul serio, ma… cosa si fa in questi casi? Non sono equipaggiato. Dovrei forse infilarmi dritto nel bosco? Avrei almeno qualche indicazione, tanto per soddisfare il viaggiatore inesperto senza per forza intervenire sul territorio. Insomma: uno o due cartelli sarebbero bastati.


Forse, però, dato l’enorme perimetro, sono arrivato dalla parte sbagliata. E’ un film, ma io sto già guardando i titoli di coda. Salirò la cresta: dalla collinetta potrò godermi il panorama. E’ una riserva enorme e so per certo che, quando fisso gli alberi, essi non nascondono nulla se non i propri tronchi scorticati dalla calura (in Australia, gli alberi fanno la muta della corteccia).

Mi aggiro per il cantiere. Costeggio il parco. Inizio la salita… …Ma cosa sono quelli? Sul serio? Così all’improvviso?


E’ come con le ragazze. Quando ormai pensi che non capiterà mai, saltano fuori le sorprese più belle. Eccomi dunque in Australia, la Terra dei Canguri! Esistono: carne e ossa… non video su youtube e voci di wikipedia!


Come i più acuti avranno notato: maledizione! Ho lasciato a casa la macchina fotografica (ricordate? Dovevo semplicemente andare dal fruttivendolo). Mi arrangio come posso per onor di cronaca.


Vorrei avvicinarmi, ma non conosco molto delle loro abitudini. Negli zoo si fanno nutrire dai bambini e ogni tanto tirano calci niente male ai disturbatori… ma che sia il caso di attraversare la strada? In un certo senso, quella striscia d’asfalto che ci divide mi rassicura.


Dalle foto spartane non si nota — sembrano minuscoli –, invece sono decisamente grossi. Alti più o meno come me. Inoltre non è un esemplare singolo: ce ne sono molti, divisi in due gruppi di circa trenta esemplari ciascuno. Brutta storia se dovessero etichettarmi come intruso.


Quello che più mi lascia perplesso è il loro continuo fissarmi… il mostrarsi coscienti della mia presenza. Mi guardano con occhio critico. Sono anche un po’ bulli.

Canguro: “Vieni avanti che ti spacco la faccia”.
Andrea: “No, grazie”.

Fortunatamente la situazione cambia quando mi sposto sopravvento: finché ero sottovento, non potevano sentire il mio odore, perciò mi tenevano d’occhio. Ora, la mia profumata italianità parla da sola (assieme ai chilometri percorsi) e potranno continuare a brucare in pace senza bisogno di un palo che mi controlli.


Si avvicina un’automobile. Una coppia che avrà l’età dei miei genitori mi saluta.

Donna: “Sai, siamo qui per vedere un lotto. La nostra nuova casa”.
Uomo: “Oh, bene. Saranno un milione di dollari solo per il terreno”.
Andrea: “Ma è lontano dal centro… anche se, in effetti, qui è bellissimo”.

Il signore annuisce ed entrambi si accomiatano. Con la strada sbarrata dai canguri, non mi resta che pattugliare tutto il lato Est del parco (quello più vicino) in cerca di qualcuno che ne sappia qualcosa o, nella migliore delle eventualità, individuare un cancello d’ingresso o l’auto della forestale.

Poiché è inutile riassumere un’ora di affondi e stoccate con la topografia cittadina, mi limiterò a descrivere Janesfield Drive (e la sua prosecuzione: River Drive). Di tutte le traverse, sono quelle che più mi hanno colpito.

Australia felix: “Abbandona Plenty Gorge: ne abbiamo di migliori in miniatura”.
Andrea: “In effetti…”.


…Talvolta la fantascienza si serve non solo di romanzi, ma anche di raffigurazioni. Richiamate alla mente la casa ideale, la casa del futuro. Associatela ora a un articolo di Focus (“Dove abiteremo tra 20 anni?”) o, se siete audaci, a una recensione sul Frank Lloyd Wright del tardo XXI secolo (Casa sulla cascata 2068 o una Taliesin West più vetrosa). Otterrete l’ennesima conca australiana che mi sono trovato di fronte, ma questa volta arredata da un parco a tema lacustre, con tanto di piccole scogliere tenute assieme da una rete di sicurezza, passerelle e pontili di legno, una nutrita popolazione di volatili. A Ovest ci sono dei palazzetti bianchi vista-parchetto e vista-riserva naturale. La natura è lì a due passi e le vetrate a specchio catapultano l’abitante degli interni proiettandolo verso luoghi selvaggi, pur lasciandolo seduto sul suo comodo divano.


Lasciando i palazzetti che guardano al parco ma fruiscono del simulacro del parco (cioè lo stagno a portata di mano, nel quale anche le panchine ricordano uno sforzo di design non indifferente), tento la diversione Nord/Nord-Est. Stona un ammasso di case gialle circondato da un’efficiente inferriata difensiva. Un Kibbutz? Meglio: un fortino per anziani. Una casa di riposo per ricchi, che godono dei loro appartamenti, ma non devono preoccuparsi di pulire. La guardia all’ingresso sorveglia benevola gli accessi e qualche infermiere ben pagato si assicura quotidianamente che stiano tutti bene.


Fa da contraltare River Drive, in cui le case sono molto basse e variano dalle stamberghe alle murate di cartongesso. Non sorge nemmeno in un luogo propizio: la superficie è digradante e disarmonica. Alcune vie sono chiuse al traffico e altre, che pare non conducano da nessuna parte, sono sbarrate da reticolati. Forse irrazionalmente — o forse perché il mio intuito è più sveglio della mia coscienza — percepisco che c’è qualcosa che non va in tutto questo. Come se questo lembo di quartiere avesse una natura separata dagli altri… e sottolineata dallo stile militaresco del geronto-bunker. Cosa mi attende? Un centro di riabilitazione per carcerati? Serial killer? Un film di David Lynch? Non ce la faccio e mi allontano, scrutando le numerose vetture parcheggiate, i cui sedili rimossi mi fanno pensare a spazi pensati per le carrozzine. Possibile che si tratti di un quartiere “speciale”? Una sorta di concentramento di qualcosa…? Eppure, quando l’abbandono mi sento un po’ vile per aver pensato a una Corte dei Miracoli, poiché l’unico individuo che ho scorto in lontananza pareva solo un vecchio sciancato. Che sciocco: senza dubbio devo esser stato condizionato da un qualche Geist del luogo che si è divertito a tormentarmi.

Le strade interne e il mitico 901
2 km (a piedi) 50 km (autobus) 40 km (treni metropolitani)

Tento ancora qualche diversione, ma Plenty Gorge Park è, se vogliamo, ancor più restio a farsi esplorare: questa volta c’è una recinzione bella alta ovunque e, nell’attesa di ulteriori aggiornamenti, preferisco rientrare verso Plenty Road (una statale parallela al mio ultimo percorso). Perdo tempo nel cercare un autobus giusto, quindi decido per il 572, che mi condurrà fino al Pleny Valley SC. Di lì salterò sul 563, che mi porterà a Greensborough (quasi al punto di partenza), passando però il Plenty Gorge Park da Nord anziché da Sud. E’ praticamente una scusa per farmi un giro in zone che ancora non ho avuto modo di visitare.

Raggiungo un’opportuna fermata vicino al Plough Hotel. Non mi dispiacerebbe un po’ di azione — ed ecco che giungo sul luogo di un incidente stradale. Avevo sentito l’urto da lontano. Per fortuna nessun ferito, ma gli immancabili pompieri sono già all’opera per rimuovere il mezzo.


Allo Shopping Centre — perché no? — prenderò il 901: lo Smart Bus. Parte a Nord-Ovest (aeroporto internazionale di Tullamarine) e costeggia in senso orario l’intera area metropolitana di Melbourne fino al suo estremo angolo di Sud-Est: Frankston, alle porte della Mornington Peninsula. Saliscendi incredibili in zone quasi montane e strade di città impervie: sembra di percorrere le gobbe di un serpente marino che emergono dall’acqua, solo che qui la biscia è d’asfalto. Poiché arriva sera, però, smonto a Blackburn e — un po’ barcollante per la fatica — prendo la metro di superficie fino a Flinders Street, da cui raggiungo Macleod, dove mi attende la giusta ricompensa per le mie fatiche: 300 g di costata cotta a fuoco lentissimo, così morbida che non serve strappare la carne con i denti, poiché le ossa si lasciano semplicemente sfilare una ad una.

…A proposito: il sacchetto di pomodori è arrivato integro a destinazione!

Colonna sonora: mi sono alzato pensando a Guccini (Canzone delle osterie di fuori porta) e ho cenato con System of a Down (BYOB, Aerials, Toxicity e Chop Suey) e Nirvana (SLTS, Lithium, In Bloom, Come as You Are, The Man Who Sold the World).

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2 risposte a "Diario d’Australia 3: il giorno più lungo"

  1. camminare domenica mattina come se fossimo li con te è veramente eccezionale. Quasi quasi mi infilo due pomodori nelle tasche ed esco a fare due passi. grande andrea!

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