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Una giornata da writer o una giornata da water?

Svegliarsi alle sei del mattino, è una cosa abbastanza complicata, se non ci sei abituato. Ci vuole il fisico, la giusta motivazione e una buona dose di volontà, ma sopratutto una buona sveglia: capissce amm mè! Ora il primo passo verso il mondo, quello che potremmo definire un grande balzo… verso l’umanità, è quello che viene fatto dal letto: si posano i piedi sul pianeta e con grande sforzo viene vinta la forza di gravità per portarsi in posizione eretta. Vi risparmio la sosta bagno e passo direttamente alla colazione. Un caffè, tre mandorle, che dicono facciano bene, un’arancio e quattro dico ben quattro biscotti: la mia voglia di dolci per oggi può dirsi appagata. Segue, a questo rapido incipit alimentare, il saluto alla mia bella lavoratrice in partenza per il turno domenicale e l’apertura delle finestre di casa, compresa quella nel web. E’ una giornata nebbiosa, uggiosa, fosca anche ngli intenti meteo.. forse anche l’artefice di questo clima, stamane aveva le idee un pò confuse! Apro comunque i balconi e le finestre, è sempre meglio far circolare un pelo di aria nelle stanze e nel cervello, anche in caso di giornate così umide. Il fuoco crepita nella stufa, i gatti chiedono di entrare in casa, per mangiare e andare a dormire…del resto, dopo una notte di caccia, riposare è il minimo e inoltre, per mantenere il giusto equilibrio sul pianeta, se qualcuno si sveglia qualcun’altro si addormenterà. Facciamo ora un’elenco, in ordine sparso, delle cose da fare: piatti della sera prima da lavare, passeggiata con i cani da fare , terapia a PEPE’ da dare… già per questa giornata mi sembra ci sia troppo, troppo da sbrigare, in fondo è pur sempre domenica. Riflettendoci un pò sù, in quest’istante ho deciso che ora mi alzerò da questa postazione del computer, sospendendo per cinque minuti l’atto di scrivere,

                                                        5 minuti ovvero 300 secondi dopo

,a volte esistono bisogni più impellenti ed urgenti che richiedono sedute di Gabinetto per prendere delle decisioni. Concentrato nell’atto di ….are/pens, sono arrivato alla conclusione che la prima cosa da fare, in ordine cronologico è quella di scendere i cani e quindi adesso smetterò di scrivere per andare a fare due passi con il dicromatico duo: Pepè (Maremmano di 11 anni totalmente bianco e cultore del vivere con lentezza) e Plotty (femmina nera di pura razza BA-stard di 6 anni e in costante crisi d’astinenza da movimento). Ci riscriveremo fra circa mezzora. 
                                                          30 minuti e non di più dopo!
Rieccoci di nuovo al computer, davanti a questo post. Chissà cosa sarà successo in tutto questo tempo. Mi siedo e mi accorgo che imperturbabile la macchina ha atteso, lei beata vive un’esistenza fuori dal tempo, per i suoi circuiti, i suoi componenti e le sue sinapsi cibernetiche mezzora non è altro che un calcolo matematico, un semplice, per lei, programma come tanti più o meno inutili, non sicuramente vitali per la sua esistenza. Nella sua vita inanimata, fuori dal tempo la mia mezzora è solamento una cifra che scorre sullo schermo, nel mentre io ho camminato, camminato e  camminato ancora, raccolto qualche bisogno, respirato l’aria umida e fresca di una mattina d’inverno, ho salutato un conoscente incontrato, ho perfino divagato col pensiero sulla possibilità di poter dipingere qualcosa sul muro di una casa privata. In realtà parte della camminata è un continuo immaginarsi di pareti dipinte. Perso, negli innumerevoli discorsi della mia mente, mi dico, tra me e me, quanto sarebbe bello se potessi dipingere il muro che mi stà di fronte, oppure quello li affianco o magari quello che vedo fra quei due palazzi o in fondo alla via. Così facendo passeggiando, come un povero cristo in croce, con Plotty che tira in avanti e Pepè che tira il culo indietro, mi immagino come sarebbe la mia città ideale, quanti colori avrebbe e sopratutto come l’arte e la pittura potrebbero migliorare la percezione di un mondo grigio e monotono come il nostro. La mia considerazione è che il paese dove vivo non ha la minima percezione di sè e del suo aspetto. Mi guardo attorno e vedo, palazzi con la vernice scrostata, edifici abbandonati e lasciati a se stessi, cadenti e decadenti, vedo intonaci sgretolati dal tempo e dall’incuria, pareti annerite e ammuffite o dal troppo smog o dalla troppa umidità. E’ un paese che stà velocemente invecchiando, forse merito della crisi o forse a causa dell’indifferenza generale. Gli edifici nuovi, che tra l’altro divengono quasi subito vecchi, hanno principalmente funzioni commerciali e, chi abita questo paese, non considera prioritario l’aspetto esteriore degli edifici in cui vive… Curioso è invece il fatto che gli abitanti non siano altrettanto indifferenti all’aspetto esteriore della loro persona. Concludendo la passeggiata, mi concedo una nota polemica e autocritica, del resto se la questione estetica di queste superfici mi interessasse veramente e la sentissi come prioritaria, allora io che da anni opero nell’ambito dei graffiti, del muralismo a spray, dell’aerosol art…..o come volete chiamarla, potrei o dovrei farmene carico. Perchè non suonare quei campanelli e propormi ai signori proprietari di quegli stabili -:Salve mi chiamo Spazio, sono un’artista e vorrei dipingere il muro esterno di casa sua, che ne pensa ci mettiamo d’accordo?:-. Fosse così semplice sarebbe bello ma purtroppo il materiale costa, il tempo costa, le IDEE costano. In un mondo ipotetico, nel quale tutti avessero un’identica visione del bello e vivere non avesse dei costi, probabilmente la proposta non sarebbe scartata a priori. Purtroppo o per fortuna, sono dibattuto spesso su questo, c’è una tale diversità di gusti e una tale quantità diversa del concetto di proprietà, che fà si che pure un muro vecchio, lercio, cadente, e in rovina possa essere considerato piacevole, mentre un dipinto, allo stesso modo, pur se considerato innegabilmente un capolavoro può essere visto come la cosa più orrenda dell’universo. Non se ne viene fuori da questo discorso, una tale disquisizione, tra ciò che è bello o brutto o ciò che piace o non piace può infilarsi in un tunnel di argomentazioni senza uscità, per le quali non basterebbe un’intera enciclopedia per presentarle tutte. Il mio volo pindarico su una città interamente dipinta finisce quindi qui e si arena nelle dune del mio pensiero. Entro in casa, dopo aver sciolto i cani, e mi preparo mentalmente a quello che forse dipingerò oggi. Verranno a trovarci degli amici, artisti anche loro e probabilmente la conclusione pomeridiana della giornata sarà quella in parete, con gli spray. Quale parete direte voi,  quella del sottopasso pedonale del Brandolini dirò io. La giornata sta lentamente migliorando, un pò di sole si affaccia e ora, dopo un rapido morso ad un trancio di pizza fatta ieri sera, mi accingo a correre a casa per prendere vernice e rulli per preparare la superficie. Il luogo dove lavoreremo non è dei migliori è un sottopasso stretto, anche un pò buio, il permesso a dipingere concesso dal comune è vecchio di anni fa e non è stato mai retificato. I graffiti presenti sono memorie vecchie di interventi passati e quei pochi recenti pezzi hanno quasi un’anno di vita. Il sottopassaggio non è per niente pulito, allo stato di abbandono e degrado esistente, i graffiti aggiungono quel certo non sochè di urbano. Le scritte a pennarello, dei ragazzini delle medie e superiori, che ogni giorno passano di là per andare a scuola, aggiungono inoltre quei contenuti pregni, o fregni tipici dei banchi di scuola: viva juve, la figa della riga,  batti un colpo se sei morto,  faccia un buco sul….questi li ho inventati io, ma il livello del testo di questi novelli scrittori è purtroppo demenzialmente superiore.
Il problema più grosso di questa specie di Hall of Fame, non è il permesso concesso o no, oppure gli spazi angusti, è la mancanza di rispetto che questi ragazzini, nostri futuri concittadini e proprietari di case, hanno per il lavoro di quelli che cercano di rendere in parte gradevole questo ghetto artistico. Si lo definisco ghetto, perchè di questo stiamo parlando. Se io voglio dipingere ed esprimermi in libertà, lo spazio concessomi, dalla nostra società attuale, è un luogo degradato, umido, puzzolente. La mia opera, inoltre, dopo ore di lavoro, fatica e soldi spesi, viene rovinata regolarmente da qualche ragazzino idiota. Fa parte del gioco, anche questo e non ci si può non aspettare che con questo tipo di educazione e mancanza di rispetto, il degrado non si ripercuota in altri ambiti. Io però continuo a dipingere, pur esprimendo il mio dissenso contro un modello che vuole il Writer disagiato, vandalico, causa e vittima del suo stesso degrado: solo perchè è così che vogliono che siamo e solo perchè solo in certi posti vogliono che dipingiamo. Sottopassi degradati di periferie, edifici abbandonati prossimi alla demolizione, fabbriche cadenti e vuote lasciate a se stesse, con km quadrati di superfici da dipingere. Questi sono i luoghi frequentati dai writers ogni giorno o ogni notte. Luoghi dai quali la gente comune normalmente si tiene lontana, o aspetta magari che una demolizione, con conseguente riqualifica, gli offra la possibilità di camminare in sempre più nuovi e grandi spazi commerciali.
La crisi però ha rallentato tutto: meno cose da costruire, demolizioni posticipate e i ruderi restano lì, in balia di tutti quelli che ancora li vivono. Ogni tanto il mondo dell’arte si ricorda di loro, se non altro per qualche strumentale utilizzo a scopo curatoriale o al soldo di qualche mercante o imprenditore modaiolo. Ma Chi dipinge le periferie o in questi ghetti concessi dalle amministrazioni, lo fa per se stesso in primis e non abbisogna nient’altro che del suo intelletto, delle sue mani e se poi altre si aggiungono alle sue questo alimenta la sua energia e motivazione. Non dipingo per soldi, o per inseguire false promesse di fama lo faccio perchè questa è la mia vita e questo è lo SPAZIO in cui esisto. Per tutto il resto, ho tirato lo sciacquone nel Water sta mattina!
Buona domenica a chi legge, e se non sapete che fare fate un giro a trovarci o a trovarmi.
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