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ANCORA SU “IMPRONTE FUTURE”

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Per comprendere il tragitto che abbiamo fatto con il progetto “Impronte future” dobbiamo risemantizzare alcune parole d’uso comune.

La prima parola con cui dobbiamo confrontarci è – e non potrebbe essere altrimenti – una parola biblica: la parola straniero, o l’immigrato, per impiegare una sua declinazione contemporanea. Si tratta, certamente, di un termine inflazionato, consegnato ad un ventaglio di pratiche (e, nella migliore delle ipotesi, a dei ragionamenti che hanno nel buonismo la propria cifra di fondo) manchevoli, a nostro avviso, di cogliere come vada declinato il termine in questione. Molto spesso, infatti, si guarda esplicitamente all’immigrato nell’ottica dei benefici che egli può offrire alla società ospitante, intendendolo, anzitutto, quale forza lavoro (magari da sottopagare, innescando così “guerre tra poveri” ed abbassamento dei salari, ecc.). Un’ulteriore modalità di leggere l’immigrazione nell’ottica di quanto essa può darci è considerarla quale una possibile risposta (ed, anzi, come la risposta principale) alla crisi demografica che investe l’Italia e l’Europa in generale. Infine, sempre nei possibili benefici si può richiamare l’ambito sportivo, ed i passi in avanti che gli immigrati di seconda o di terza generazione potrebbero far fare, ad esempio, al nostro calcio, ecc. Non neghiamo che argomentazioni di questo tipo (ad eccezione, ovviamente, della forza lavoro da sottopagare) possano essere portate avanti anche da persone in buona fede, interessate a realizzare un’integrazione degna del nome – ed attive in questa direzione -, ma, lo ribadiamo, il cuore della questione si trova altrove.

L’immigrato va, infatti, colto nel suo essere una soggettività a pieno titolo, con desideri, speranze ed aspettative, timori e paure (e, perché no?, con una sua “opacità”, con un suo inconscio): il progetto Impronte future ha cercato di guardare al fenomeno dell’immigrazione – e, nello specifico, ai richiedenti asilo – in un’ottica il più possibile olistica. Ecco che l’immigrato non è più, dunque, un numero, una statistica, ma è la porta che si apre su di un mondo (tanto passato che futuro). Occorre, allora, effettuare una virata: non considerare più il richiedente asilo nell’ottica della società che lo ospita (o che lo tollera), ma comprenderlo a partire dal punto di vista unico ed irriducibile che ciascuna persona esprime. In breve: “persone, non numeri”, così possiamo riassumere in una battuta lo spirito del nostro lavoro. L’obiettivo che ci siamo dati è stato quello di far parlare le persone, farle esprimere per quello che avevano da comunicare.

La città è un altro elemento da risemantizzare, ovvero da comprendere alla luce della riqualificazione di luoghi pubblici quale si esprime attraverso i graffiti e la street art. Ebbene, dette forme d’arte producono delle trasformazioni nella città, nel suo arredo urbano, che vanno nella direzione di rendere la città stessa più vivibile; senza esagerazioni, si tratta di riconoscere che i graffiti contribuiscono a migliorare la qualità della vita delle persone che devono effettuare quotidianamente un certo tragitto, per andare a lavoro o a scuola. Graffiti e street art, quindi, non sono semplicemente qualcosa che ha a che fare con un generico “senso del bello”, ma incidono nelle esistenze delle persone, rientrando, a loro volta, nel concetto di welfare (di un welfare allargato, 2.0).

Ma trattiamo ora del plesso semantico “impronte future”, dove l’enfasi dev’essere posta sull’aggettivo. Le impronte future sono tutti quei passaggi, quei piccoli passi, che devono essere compiuti per giungere ad un’integrazione, ad un’accoglienza autentica, effettiva. Certo, le impronte sono, di solito, pensate al passato; da parte nostra, abbiamo voluto introdurre la dimensione del futuro per affermare che questi passi – che, tutt’ora, ci separano dall’integrazione – saranno compiuti. Non vi sono, infatti, degli elementi tali da impedire la formazione di una convivenza, come non vi è un destino in grado di far naufragare – a priori – l’accoglienza. Chi ritiene non possa esservi integrazione, argomenta a partire dalla (presunta) separatezza e fissità in cui egli ha collocato le culture. Sappiamo, tuttavia, guardando ai vertici della filosofia morale e politica contemporanea che ogni cultura è inserita in un costante divenire; sappiamo, in altri termini, che le culture cambiano, e che una cultura per mantenersi in vita deve cambiare (J. Habermas). La premessa di un discorso che voglia criticare il multiculturalismo (la quale, appunto, non fa che dire: “le culture sono destinate a non mutare”) è, dunque, falsa; essa non poggia – come, invece, vorrebbe – su solide basi, ma è il risultato di un fraintendimento profondo.

 Chiudiamo le nostre considerazioni richiamando il ruolo del linguaggio, delle parole: integrazione e linguaggio vanno di pari passo, ma non tanto (o non solo) nel senso che gli immigrati debbano apprendere la lingua del paese che li ospita. Sono, anzitutto, le parole con cui si descrive il fenomeno migratorio a dover essere risemantizzate, tenendo a mente che, dove non vi sono più parole (dove le parole hanno perso il loro spessore), non rimangono che i gesti – ed un gesto privo di pensiero, privo di spessore, è un gesto violento.

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