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Le immagini della “società dell’immagine”

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Nel primo incontro, tenutosi giovedì 27 settembre, abbiamo visto come i graffiti – nati nel ghetto di New York verso la fine degli anni Sessanta (anche se per questi esordi potremmo parlare di protograffiti, in quanto semplici tags) – hanno via via guadagnato il centro della scena, fino ad assumere quella capillarità all’interno del tessuto sociale che conoscono oggigiorno. Le mode e la comunicazione pubblicitaria hanno, infatti, attinto a piene mani dai graffiti e dalla street art, facendo sì che la scritta sia una presenza – magari a livello inconsapevole, ma non per questo meno reale – nella vita di tantissime persone (e, certamente, non solamente per quanto riguarda le fasce più giovani della popolazione). I graffiti sono un linguaggio che ha saputo amplificarsi e crescere su se stesso; un linguaggio che, dalle gestualità delle primissime tags, ha saputo diffondersi – come, appunto, nel caso di una nuvola di spray – quasi a tutto il globo. Ecco che la prima serata di STREET R-EVOLUTION ha avuto come filo rosso l’interrogativo che indaga la diffusione dei graffiti nelle società contemporanee: in altri termini, quanto i graffiti hanno inciso negli attuali costumi e quali risvolti economici possano avere o generare .

Nel secondo incontro, di giovedì 11 ottobre, si cercherà di fare il percorso inverso. Il vettore, infatti, può anche andare nella direzione opposta, ovvero ci si può chiedere quanta società, per così dire, si riversi nei graffiti. E qui non intendiamo rispondere a tale questione chiamando in causa la sociologia (operazione, peraltro, si badi, del tutto legittima).

Che la società sia presente nei graffiti (e nella street art) è qualcosa che può essere indagato anche focalizzandosi sulle precipue soluzioni estetiche che vengono adottate dai vari artisti. E questo è, forse, più facile da capire nel caso della street art che dei graffiti: pensiamo, ad esempio, a Banksy che ritrae Steve Jobs – computer alla mano – nel campo profughi di Calais in Francia. Meno immediato è, allora, comprendere come la società possa essere descritta dai graffiti intesi come scritte, come essa possa ritrovarsi e rispecchiarsi nelle lettere dei writers. Eppure, qui vi è, a ben vedere, lo stesso legame che sussiste tra lo Steve Jobs di Banksy ed il presente; ma per capirlo dobbiamo, prima, comprendere che i graffiti e la street art sono un linguaggio vero e proprio, e che la loro finalità è, dunque, di tipo comunicativo. In breve, ogni “graffito” contiene un messaggio: ad ogni graffito potrebbe essere attribuito un titolo, così come si può fare per un quadro o una scultura. E questo sia detto anche nel caso in cui una serie di graffiti abbia come soggetto artistico sempre la stessa tag del writer che li esegue. Ciascuno di questi graffiti è, infatti, differente, unico rispetto agli altri (come è unico all’interno della serie – si pensi, inoltre, all’importanza che l’evoluzione dello stile personale ha per i writers): per la colorazione, certamente, ma anche perché nessun graffito od opera di street art è identica ad un altra (anche quando sono eseguiti dallo stesso autore). Ogni “graffito” è, dunque, un organismo, per così dire, che non soltanto risente nel momento storico, ma che fa tutt’uno con esso.

Per concludere, trattiamo ora dello stile, ovvero dello stesso presentarsi delle lettere: avendo parlato dei graffiti come comunicazione, dobbiamo dire che l’immagine (ovvero la singola scritta, il “PEZZO”) è già comunicazione; l’immagine è già significato. Anche senza sapere nulla dell’artista che ha svolto un’opera, si è portati a reagire, in qualche modo ad un graffito, allo stesso modo in cui si genera nell’osservatore una reazione nei confronti di un tramonto o di un’immagine pubblicitaria. Il tutto può anche avvenire inconsapevolmente: ma ciò non vuol dire che un significato – sotteso ed individuabile – non vi sia. Al contrario, ciò dice della forza che l’immagine ha oggigiorno: se le nostre sono delle “società dell’immagine”, lo sono in quanto le immagini sono degli stimoli ai quali non risulta possibile non dare delle risposte (almeno sul piano emotivo).

Ma che, come detto, allo stimolo debba seguire una risposta, non significa che il processo sia preda dell’immediatezza; al contrario, per intendere quanto lo stesso stimolo (e, dunque, l’immagine, la scritta, ecc.) sia qualcosa di tutt’altro che immediato – ed, anzi, di profondamente mediato – è bastevole fare riferimento ad una qualsiasi campagna pubblicitaria. Lo snodo centrale diventa, allora, chiedersi quanti ragionamenti sostanzino quando vediamo (sia che si tratti di graffiti, di street art o di pubblicità), tenendo presente che essere vissuti dalle immagini che ci circondano, o, invece, esserne consapevoli (nel senso di essere a conoscenza della carica di pensiero che le sostanzia) è lo snodo fondamentale per quanto concerne ogni livello in cui la “società dell’immagine” è scomponibile.

Marco Tuono

Nella slide show opere di Mattia Campo Dall’Orto, prossimo ospite della serata di giovedì 11 Ottobre, ore 20:45 presso CreArte Studio.

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