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Be angry, be foolish?

Steve Jobs, uomo un tempo di successo, ora cadavere in un loculo, ci dà insegnamenti di vita… Ma alcuni storcono il naso. “Invidiosi.” Diranno in molti.

Mah…

Io la penso diversamente: egli è sicuramente il portavoce del managerialismo, dell’imprenditoria americana, dell’avventuriero che con le sue sole forze (?) ha saputo imporsi sul mercato. Un uomo di valore, certo, ma in quale gerarchia di valori?

Frank Christopher Talbot: Sunset

Ecco che il celebrato Occidente (e noi, Levantini per vocazione, ne facciamo realmente parte?) tesse ancora una volta le lodi del suo modello: l’uomo egemone. Il dominatore. Colui che ha in sé solo la forza di assurgere a modello.

Achille: Hybris… Lettura suggerita: Mario Vegetti, L’Etica degli Antichi

Anche la Grecia era assetata di Eroi, ma aveva la sagacia di riconoscere nelle loro qualità anche le ragioni della loro dannazione esistenziale. La hybris non era di certo una virtù lineare, ma una turbolenza dell’animo motrice di eventi impensati, violazioni, trionfi e cadute.

Storie a lieto fine: tutti hanno pagato il biglietto

I media amano le storie a lieto fine. I lettori no: accettano il dramma come un’eventualità e sono disposti a viverlo fino in fondo assieme ai personaggi delle loro storie. Nella propaganda diffusa, tuttavia, trionfa una sorta di buonismo intellettuale e di salvacondotto (falsamente) machiavellico per la conduzione di queste anime al Paradiso della Memoria.

Jan Bruegel il Vecchio: Grande Mercato del Pesce

Mi spiego meglio. Da un lato, c’è quell’ideale protestante che Weber seppe ben esplicitare: in un mondo di predestinati, chi ha successo non può esser biasimato né può essere colpevolizzato per tutto questo. Dall’altro lato, l’imperativo narrativo dei media che sono ben disposti a sorvolare sul dramma privato e personale per offrirci un santino immacolato da venerare. Come nel riciclaggio di denaro sporco, i mezzi di comunicazione a ricezione passiva sopravvivono grazie alla possibilità di ipostatizzare i soggetti in un modo o nell’altro… certamente in alcuni casi essi possono permettersi di infangare (macchina del fango?), ma personalmente temo parimenti la macchina del bianco o, per meglio dire, dell’omino bianco: entrambe riducono il reale a un giocattolo e lo manipolano fino a trasformarlo non solo in una sua parte (tutto il resto smette di aver rilievo), ma addirittura in un qualcosa d’altro. Se questa trasformazione è vista come aggressione nel caso del fango, l’effetto del biancore è molto più strisciante perché, come tutte le cose che ci offrono facili soddisfazioni emozionali, fanno breccia nel nostro sistema di credenza facendosi accettare in quanto piacevoli e non in quanto giuste o corrette. Il candore, così come lo sporco, annebbiano la nostra capacità critica e di giudizio.

Certamente l’uomo ha bisogno di modelli cui rifarsi. Molte storie di Santi sono in realtà favole di giustizia, in cui il bene trionfa e un uomo-fantoccio che ha solo qualità e nessun difetto mostra quanto sia opportuno adeguarsi al suo modo di fare. Fin qui la costruzione è popolare: come nel Mito, essa risponde a delle aspettative e non può che definirsi la propaggine ideologica di una cultura e di un folklore.

Cosa accade però quando le dinamiche del mito, della pubblica opinione e del consenso sono messe a nudo? Un pugno di tecnici può forse aspirare a ingegnerizzarle fino a ottenere il risultato voluto? Se così fosse — e non c’è dubbio che nelle nazioni del blocco socialista questo avvenisse in maniera per nulla velata — sarebbe il modello a dominare l’uomo e non viceversa, ossia il modello come sua espressione creativa.

Quando il modello, l’archetipo, l’exemplum è accettato, allora avviene un’appropriazione e, poiché tale modello è accolto come parte del nostro bagaglio, ecco che finiamo per illuderci che esso costituisca in un certo senso non solo una nostra creazione, ma l’espressione dei nostri desideri. Il processo è tuttavia invertito: un tempo eravamo noi ad espandere le nostre aspirazioni fino a creare dei miti. Ora, invece, i miti ci sono presentati come tali e, se piacciono, ecco che vanno a sostituire quelli che potevamo crearci noi.

Sicuramente la crowd, la folla, ha ben altri modi per sfuggire a queste mitologizzazioni artificiali che ingegnerizzano i loro desideri. Accade così che “per altre vie, per altri luoghi” si finisca per avere dei contro-miti che corrispondono al processo naturale di espressione della soggettività (individuale o plurale).

Tuttavia, tali figure genuinamente proposte e credute sono in perenne competizione con quelle prodotte dalla casta degli ingegneri dell’opinione. E’ una comparazione ingiusta, peraltro, poiché non è legittimo porre sullo stesso piano un mezzo e un fine. Lo strumento di controllo nasce per altro rispetto alla libera elaborazione di archetipi culturali che, se vogliamo, non è che la superficie della vita interiore di un gruppo, un popolo, oppure una nazione.

Tant pire… Ma su cosa fa leva questo controllo se comunque, come abbiamo osservato, la folla di anonimi sfugge continuamente? Ebbene, io credo che la propaganda e l’igegneria sociale colpiscano dove fa più male. Seppur stolido, infatti, non c’è da dubitare che l’animo forte, robusto, “tetragono ai colpi di sventura” e magari (all’estremo) un poco ignorante o persino nietzscheano, sarà sempre immune a tali sferzate… al punto da risultare in odio anche a chi come lui non si fa rapire dalla casta degli ingegneri del sé, ma non fa altrettanto sfoggio di questa su forza.

Invero, chi mai non provò un momento o un periodo di debolezza? Così vario è l’animo umano che ove v’è forza in un settore, la debolezza incombe altrove. Non dico questo perché pensi che esso sia una sostanza a estensione costante, la cui espansione in una direzione produce una contrazione altrove. Penso invece che, come un piccolo universo, questo animus si espanda continuamente in ogni dove ma, nell’aumentare in complessità, finisce inevitabilmente per accogliere delle problematiche, delle singolarità esistenziali e delle contraddizioni ineliminabili (salvo rinunciare alla propria topologia interiore). Ecco: quando non si viene a patti con tali debolezze, si ha uno spirito vulnerabile. Lo furono tutti: Petrarca, Foscolo, Nietzsche stesso… Ma lo furono anche i militi ignoti, l’eroe proletario di Camus e i poeti maledetti.

Dimostrato dunque che ogni individualità non è mai immune in ogni tempo e in ogni luogo, è naturale che, a forza di colpire, la statistica dei grandi numeri finisca per dar ragione agli sforzi ingegneristici e, con un colpo al cerchio e uno alla botte, si finisce per cedere su qualche fronte, cedendo la propria indipendenza senza nemmeno accorgersene.

Immagino dunque che questa mediaticità malata seguita da pubblici passivi, la politica della corruzione e della manipolazione e persino realtà meno eteree, come la criminalità e la mafia stesse, sopravvivano infierendo sistematicamente sui fianchi che la società inevitabilmente finisce per offrire loro. Provo odio e rabbia, ma soprattutto amarezza quando la solitudine, l’oblio, e l’anomia conducono alcuni individui non cattivi in sé a farsi avvocati dei mali più turpi, a diventare utili idioti di un sistema che li sfrutta, oppure semplicemente a cedere qui e ora un pezzo della loro libertà… credendo per giunta di fare la cosa giusta.

E’ forse impossibile, per una mente critica, liberarsi da questo dubbio. Il Pirroniano muore come l’asino di Buridano: non perché le scelte si equivalgano, ma perché entrambe potrebbero comportare la stessa dose di rischio. Me lo immagino così, il nostro Pirrone: deceduto da vero miserabile sugli scaffali dei formaggi, la carcassa parzialmente conservata dai suffumigi del banco frigo, una mano incancrenita che regge una confezione di burro ormai sciolta. D’altra parte, però, questa stessa mente critica che a un certo punto si fa da parte per consentire la sopravvivenze, sente talvolta l’urto di una scelta sbagliata: rischia eccome, ma ne paga lo scotto a posteriori. Ad esempio, essa crede di farsi un regalo, di potersi concedere un momento di debolezza, solo per poi scoprire di essere stata manipolata per l’ennesima volta.

1984, ma ve la ricordate la pubblicità Macintosh?
“Da quando arriverà il Macintosh, vedrete perché 1984 non sarà come 1984

Veniamo al concreto. Al sistema interessa forse piegare e avvilire gli individui più forti, cogliendoli quando tirano un sospiro di sollievo. Credo però che per neutralizzare coloro che possono portare la lotta fin dentro al suo cuore basti circondarsi di una mediocrità diffusa, trasformando in prodi soldati coloro che, magari più deboli (o in quel momento più deboli) non hanno saputo trovare altro sfogo se non identificarsi con un qualcosa che veniva offerto loro così… quasi gratuitamente.

Ken Saro-Wiwa: “Sono più pericoloso da morto”.
Lettura consigliata: Sozaboy

Quanto disprezzo proviamo nei confronti di coloro che sfruttano i bambini? Questi ultimi sono per definizione i più deboli e manipolabili. Li ritroviamo a battere nelle strade di Cape Town, negli occhi dei Sozaboy di Ken Saro-Wiwa e anche nei giovanotti obesi dei centri commerciali. Ricordiamo però che una formazione incompleta, un’incapacità critica, l’assenza di una forza interiore cui attingere, possono sempre affliggere negli anni a venire anche coloro che crebbero in salute fisica e mentale. Dunque abbiamo altre figure patetiche, come l’anziano truffato, l’omosessuale discriminato, il colletto bianco anomico e anonimo… Dico “patetiche” e non “tragiche“, poiché la tragedia è comunque la mastodontica saga di un eroe: una lotta condotta ad armi impari… che sfocia nel titanismo della ginestra che sfida il deserto ogni anno. Qui, invece, abbiamo a che fare con figure azzoppate, che non possono lottare e che nella lotta non trovano la dignità. Qui, insomma, non abbiamo affatto degli inetti, che il Novecento volle causa del proprio male: abbiamo invece uomini disarmati, scudi umani della nostra belle époque.

Be angry, be foolish” ripete una lapide chiamata Steve Jobs. Eppure io ritengo che questo successo, proprio in quanto tale, sia un modello per molti, ma pensato affinché pochi lo realizzino. In fin dei conti, l’Uomo Occidentale vuol essere egemone, ma per definizione solo pochi possono riuscirci… che accade a tutti gli altri? Non alimentiamo forse un modello artificiosamente costruito che fa della disparità il suo criterio-guida?

Dico che per ogni eroe così dipinto, secondo funzione statistica, debbano esservi come minimo migliaia (se non milioni) di volti anonimi. Si tratta di “quei grandissimi uomini” cui Terry Pratchett dedicò Guards! Guards! (tr. it. A me le guardie!). Se costoro appartengono alla Storia, non possiamo fare una colpa della nostra ignoranza: ogni memoria è inevitabilmente selettiva e i meccanismi del ricordo sociale non ci sono noti in tutti i dettagli… Se, però, di questa selettività esemplare che la Storia inevitabilmente ci ripropone, noi dobbiamo fare il criterio di valutazione della nostra azione qui e ora, allora non ci sto.

Non ci sto perché non possiamo trasformare un caso particolare (l’eroe ricordato, imbiancato e magari un poco ingegnerizzato e “ricostruito”) in un modello per tutti. Piuttosto il contrario: viviamo sapendo che saremo dimenticati. Questa è l’unica certezza. Il resto sono contingenze… potremmo essere ricordati, ma non prendiamoci in giro: è quasi impossibile anche supponendo di aver guidato una nazione, di aver trovato posto in Wikipedia o di aver lasciato un diario segreto nella soffitta affinché i nostri pronipoti lo ritrovino. Come direbbe Foscolo stesso: persino per il sepolcro è solo questione di tempo… dura un po’ di più, ma è comunque destinato a scomparire.

Non ci sto anche per un altro motivo. Il modello-Jobs o, più in generale, il modello dell’imprenditoria occidentale, dell’avventura piratesca e del successo a tutti i costi ci propone una scelta che qualunque giocatore razionale non accetterebbe: insomma, ci chiede se vogliamo entrare in un’arena sapendo che solo pochi ne usciranno vivi?

Chi accetterebbe mai un tale accordo senza la certezza di essere uno di quei pochi? Nessuno. Tuttavia ecco cosa fa il modello, l’exemplum: ci illude raccontandoci una favola secondo la quale Steve, uno tra i tanti, ha saputo farcela. Poiché anche noi apparteniamo a quei tanti, chi ci dice che non potremmo essere noi il nuovo Steve? Cattiva logica, cattiva narrazione, cattiva teoria dei giochi, e cattiva statistica! In altre parole: un sofismo bello e buono. Certamente, ammesso che la favola sia reale, abbiamo il diritto a sperare di avere almeno le sue stesse probabilità di successo. Queste ultime però sono definite per rapporto a tutti coloro che hanno “fallito” (nel tentare di diventare “il” modello), che costituisce una cifra percentuale decisamente e infinitamente superiore.

Come chiamare questa malvagia favola che ci illude garantendoci una certezza che in realtà non abbiamo e costringendoci a lottare con altri per un qualcosa che già sappiamo solo pochi potranno avere? Io la definirei ideologia, nel senso più astratto che Marx seppe dare a questo termine. E’ ideologia perché illude. Poiché illude, prima o poi delude. La delusione ci distrugge psicologicamente, ci fa a pezzi e, da ultimo, ci rende vulnerabili ad una nuova manipolazione: la prima è servita a illuderci, mentre la seconda manipolazione ci zombizza e fa leva sulle debolezze che la prima ha generato in noi per assoggettarci ancora di più. La spirale delusionale è la spirale del depresso, grande male di questa nostra epoca, come già seppero riconoscere i Romantici con la loro melancolia e quella milza ingrossata che non dà pace diffondendo bile nera nell’organismo.

Che si strappi dunque l’uomo a questo sogno di singolarità e eroismo, il cui correlato è la fine e la schiavitù di molti. Se, come per Zeno Cosini, servisse una guerra per guarirci… se, insomma, il nostro successo fosse decretato dalla morte di molti, allora non potremmo che, per scelta morale, rinunciare a questo amarissimo calice. L’alternativa è di berlo, ben sapendo però che, se la causa della fine di molti siamo noi stessi, allora non ci attende che l’infamia. Se, invece, tale fine fu contingente, allora non abbiamo nessun merito per esser sopravvissuti.

Panorama di Nagasaki in una raggiante mattinata del 9 Agosto 1945

Visto che mi piace, ripeterò il concetto: se sopravviverò a un olocausto nucleare, come molti della mia generazione sperano, sarò solo un fortunato ma mai un virtuoso. Viceversa, se entro in un cinema e ammazzo una ventina di persone (o vado in un’isola nordica… tanto è lo stesso), solo l’infamia mi attende; dunque non si capisce proprio quali motivazioni possa avere un gesto così nichilista che danneggia enromamente chi lo fa e chi lo subisce (anzi, Mario Cipolla ha già dato una definizione di tutto ciò: stupidità).

Non sembra forse una professione di fede? Non voglio guadagnare più di altri, perché ciò significherebbe che altri non stanno bene come me; voglio invece guadagnare il giusto. Similmente, non voglio avere un successo che non possa essere condiviso, poiché non vi sarebbe che solitudine. Non si lavora per essere ricordati: si cerca di dare il meglio e basta. Non voglio essere angry, perché magari cavalcherei l’onda… ma quanta sofferenza causerei? Non voglio essere foolish, perché una cosa è il genio mentre altra cosa è la follia.

In conclusione, non vorrei però apparire come un promotore di un’idea che per molti anni ha sagomato il sentire cristiano (soprattutto secondo alcune correnti), ossia: siamo solo polvere… vile carne da disprezzare (Catari?). Non contiamo nulla (Eremiti). Ritengo invece che della polvere non dovremmo cogliere solo l’aspetto negativo, ma anche la capacità di sollevarsi in nube. Apprezziamone la complessità: numerosi legami si instaurano tra i suoi granelli; non tutti legano con tutti, ma è comunque un procedere insieme. Anzi, tale cooperazione, che nella più recente psicologia cognitiva pare rivelarsi come l’unico concreto comportamento che abbia potuto produrre sostanziali cambiamenti nella nostra specie, è proprio ciò che impedisce di cadere in quegli stati di debolezza che consentono a pochi di sopraffarci.

Università di Pavia

Queste riflessioni sono nate leggendo questo articolo sull’avvilimento del sistema universitario americano. Ironico, insomma, che da un lato certi Stati celebrino la democrazia, quando il sistema capitalistico pare essere ciò che di meno democratico ci sia al mondo. Naturalmente vi sono cori di studiosi che giurano sull’inevitabilità storica, scientifica o sociologica di tale sistema… sicuramente non siamo nati (come del resto anche molti mammiferi) come una specie eccessivamente egualitaria, ma si spera sempre di poter risolvere le cose in altro modo (noi che possiamo scegliere, perché adeguarci?). Fatto sta che il cuore del liberalismo è democratico nel garantire a tutti una libertà teorica, ma non comprende che tale libertà teorica è annullata dall’impossibilità pratica. Ti dicono che teoricamente e giuridicamente sei libero, ma di fatto non puoi esercitarla, questa libertà… Salvo ovviamente diventare ricchissimo, ma a condizione che siano altri a fare le spese di questa tua libertà pratica. Contraddizioni di un sistema che ora vuole imporsi (lo ha già fatto) anche a livello educativo creando, per l’appunto, una caterva di deboli, insicuri e precari per ogni quadro amministrativo che li controlla e, senza troppi complimenti, fa di loro ciò che vuole.

Troppe foto di uomini in questo post. Devo compensare.
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